Approfondimenti

24 febbraio 2017

Arancia Meccanica, cent’anni fa nasceva Anthony Burgess

di Francesco Farsoni
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Cent’anni fa, il 25 febbraio 1917, nasceva Anthony Burgess, autore di un libro che è diventato film cult: Arancia Meccanica (il titolo originale è A Clockwork Orange). Ecco qualche curiosità, dalla carta alla pellicola.

Così il libro…
Opera dello scrittore americano Burgess e pubblicato nel 1962, il romanzo è ambientato in un futuro distopico e fantapolitico. Una banda di giovani e violenti bulli, capeggiati dal sadico Alex, compie rapine, stupri e omicidi in una escalation di orrori che si fermerà soltanto quando il capo banda verrà arrestato e condannato al carcere.

Malgrado la sua indole violenta e perversa Alex possiede una buona cultura e una grande intelligenza, quasi una doppia personalità; fra le altre cose adora la musica classica e in modo particolare la Nona Sinfonia di Beethoven. La carcerazione non cambia per nulla l’indole malvagia di Alex, ma questi mantiene una buona condotta nella speranza di vedersi ridurre la pena. Venuto a conoscenza di una cura sperimentale che può redimere i criminali così da favorirne il re-inserimento sociale, accetta di sottoporvisi. La cosiddetta “cura Lodovico” viene praticata somministrando al paziente un farmaco che provoca conati di nausea e vomito durante la visione, protratta per due settimane, di film e scene particolarmente violente fra le quali una scena che contiene la Nona Sinfonia di Beethoven. L’esito della cura sarà devastante: il giovane non sarà nemmeno più capace d’immaginare atti di violenza senza venire colpito da conati di nausea e vomito.

Uscito dal carcere e rimesso in libertà Alex si troverà a dover subire la vendetta di molte delle vittime dei crimini da lui perpetrati. Contro i suoi aguzzini il ragazzo non ha alcuna possibilità di difesa non potendo ricorrere a nessuna forma di violenza. Allontanato dalla propria famiglia e ridotto al vagabondaggio, Alex è catturato da uno scrittore marito di una delle sue vittime. Questi, assieme ad altri intellettuali contrari al potere costituito, vorrebbero servirsi del giovane per mostrare all’opinione pubblica come il governo lo abbia trattato. Alex viene così chiuso in una stanza durante l’esecuzione di un brano di musica classica: non riesce a reggere la tortura e tenta, senza successo, il suicidio. Il suo caso suscita scalpore e vive proteste in seguito alle quali il governo sarà costretto a intervenire a favore del ragazzo, che cerca solo la pace e un amore con cui iniziare una nuova vita.

…così il film
Per la complessità e la crudezza delle tematiche trattate il libro di Burgess non poteva non attirare l’attenzione del cinema e in particolare del grandissimo Stanley Kubrick che ne ha tratto un film nel 1971. La pellicola, vincitrice di quattro premi Oscar nel 1972, tra cui la miglior regia, e presentato alla Mostra del cinema di Venezia, afferra lo spettatore con scene di viva crudezza trascinandolo all’interno di un mondo oscuro, cupo e lugubre non privo di tratti orwelliani.

Una furia ceca e ribelle in un mondo fatto anche di spersonalizzante alienazione, nel quale il giovane protagonista, carnefice e vittima al contempo, si trova perso e devastato vagabondo. La mano del regista tuttavia emerge con eccezionale e magistrale sapienza: essa non guida lo spettatore in un viaggio attraverso un incubo fine a se stesso, la violenza non viene mostrata nei suoi aspetti più tragici e infami, come spesso accade oggi, per il puro piacere di mostrarla. Arancia Meccanica non è, insomma, uno splatter. Kubrick si propone uno scopo più alto: fa del suo film un “canto” a un’umanità persa, alienata, devastata allo scopo di mostrare la cruda realtà della natura umana prigioniera di un’inestricabile doppiezza. Il protagonista, Alex, è bifronte: ama la musica e ha una buona cultura, fattori che sarebbero indici di un’elevata sensibilità, ma dall’altro lato è violento e incapace di controllarsi.

Anche lo Stato, il Governo e il carcere, le autorità costituite mostrano però una doppiezza mostruosa: intendono curare, ma distruggono. Il protagonista viene a riassumere in sé più aspetti: colto e assassino, carnefice e vittima, cura e annientamento, luce e ombra, salvezza e caduta. Kubrick rappresenta magistralmente questo gioco beffardo di luci e ombre nel tentativo di mostrare la realtà umana per quella che è, spogliata di ogni orpello: e questo lascia nello spettatore un segno indelebile. La pellicola, forse, può essere definita come un canto all’insondabile tragedia del Reale.