Approfondimenti

9 gennaio 2019

Benvenuti a Marwen, dove realtà e fantasia si incontrano

di Anna Pertile
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Giovedì 10 gennaio nelle sale italiane arriva Benvenuti a Marwen.
Diretto e sceneggiato da Robert Zemeckis, con le musiche di Alan Silvestri, interpretato da Steve Carell.
Non servirebbe aggiungere altro.

Invece, qualcos’altro da dire c’è.
Oltre a riunire ancora una volta la coppia diventata iconica con la saga di Ritorno al futuro e Chi ha incastrato Roger Rabbit, Zemeckis e Silvestri, questa nuova pellicola sembra avere molto da offrire.

Si respira aria da I sogni segreti di Walter Mitty, dove il confine tra realtà e fantasia non è poi così chiaro.
Ha dell’incredibile, ma la trama è tratta da una storia vera.

Nel 2000 Mark Hogancamp, artista e fotografo, viene aggredito da cinque omofobi. Esce dal coma dopo nove giorni e dall’ospedale dopo un mese, senza ricordare quasi nulla della propria vita e della propria persona.
Le terapie in America costano, si sa, e Mark trova un modo tutto suo per guarire: una città belga in scala 1:6 popolato da modellini di sè, dei propri amici; trova posto persino per i cinque uomini che l’hanno aggredito, come i nemici di una fantomatica Seconda Guerra Mondiale.

Questo strano racconto di vita reale è stato già raccontato dalle foto di David Naugie e dal documentario Marwencol del 2010 del regista Jeff Malmberg.
Nel 2013 Zemeckis inizia a interessarsi alla vicenda e a scriverne una sceneggiatura fiction con Caroline Thompson, collega burtoniana e penna di Edward Mani di Forbice e Nightmare Before Christmas.

“Ora le mie bambole raccontano la storia” dice nel trailer Mark; interpretato da Steve Carell, pronto ad abbellire la sua florida carriera con un’altra pellicola indimenticabile.
Le bambole in questione sono realizzate in una tecnica che mischia performance capture e CGI; come avevano già fatto Polar Express e Beowulf, ma con dei particolari decisamente più moderni e curati.

La storia c’è.
L’attore c’è.
La regia c’è.
La musica c’è.
La tecnica c’è.
Cosa manca? Solo la nostra presenza in sala.