Approfondimenti

11 giugno 2018

Chip Kidd: la mente dietro al logo di Jurassic Park

di Silvia Pegurri
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Jurassic Park compie 25 anni e a distanza di un quarto di secolo non ha bisogno di presentazioni.
Continuano a uscire e ad essere annunciati sequel, Jurassic World, in cui ci vengono presentati ogni tipo di dinosauro e ogni tipo di improbabile esperimento genetico. Ed è questo che piace ed è questo che ha segnato il mondo cinematografico dal 1993.
Diversi elementi hanno reso la pellicola indimenticabile, tra cui la colonna sonora composta da l’inimitabile John Williams. C’è un altro particolare che ha rivoluzionato però la storia della comunicazione e, nello specifico, dell’editoria: il suo logo.

Per parlare di questo marchio impresso nel nostro immaginario, abbiamo fatto qualche domanda Alessandro Bigardi, professore dell’Università degli Studi di Verona ed esperto di editoria internazionale contemporanea.

Molti conoscono il famoso logo del film Jurassic Park, in pochi però sanno che quello stesso logo è stato creato dal designer Chip Kidd ed è apparso per la prima volta sull’omonimo romanzo di Michael Crichton. Qual è stato il ragionamento che ha portato a creare una copertina dai toni minimalistici per un romanzo il cui genere di solito è venduto con copertine più fotografiche o narrative?

Chip Kidd parte dal manoscritto, il suo unico briefing, lo legge e capisce che c’è una difficoltà: rendere minaccioso qualcosa che non si può far vedere esplicitamente. Non si può disegnare un dinosauro, altrimenti si scende al livello delle copertine pulp, quindi va al museo delle scienze naturali di New York, vede gli scheletri dei dinosauri e parte da lì. Fa un processo sintetico di mistificazione, non crea il dinosauro da manuale di scienze naturali, lo semplifica e lo rende ai raggi x in negativo. Rende i denti più aguzzi, come le costole e gli artigli, è più minaccioso e nel logo del film sarà ancora più minaccioso.

Crea quest’immagine di grande contrasto, senza tentare di fare qualcosa di realistico.

Si era inizialmente pensato a una visione dall’alto del parco ma ovviamente nessuno all’epoca sapeva cosa fosse un Jurassic Park a differenza di oggi. In un’altra copertina c’erano minacciosi occhi rossi che guardavano dalla boscaglia, tracce sulla sabbia con il segno della coda e scaglie di pelle di dinosauro che però sembravano delle palle da football o borse femminili di coccodrillo. Nessuno di questi andava bene, quindi Chip Kidd cerca di rendere un senso di minaccia con qualcosa che non può esistere. Ha scelto il modo in cui noi possiamo vedere oggi i dinosauri, ovvero gli scheletri. Capiamo che c’è un processo scientifico, che c’è uno scheletro, però allo stesso tempo non è una resa scientifica museale ma minacciosa e innaturale.

Perché una copertina all’apparenza semplice si è rivelata adatta anche per la trasposizione cinematografica? Spesso infatti avviene il contrario.

Il caso di Jurassic Park è particolare perché la copertina nello specifico non sarebbe ascrivibile nel genere delle copertine di grande qualità in sé. Non è una copertina che fa gridare al miracolo. Se noi la vediamo in mezzo ad altre copertine di Chip Kidd che sono più sofisticate anche dal punto di vista visivo. È una copertina molto semplice tecnicamente, un’immagine piatta vettoriale.

Uno dei motivi per cui è stata scelta anche come logo del film è che si sapeva già che il romanzo sarebbe stato trasformato in una pellicola dato che Michael Crichton aveva già venduto i diritti a Steven Spielberg.

Nella casa editrice Knopf successe una cosa simile con Jaws – Lo squalo (1975), sempre di Steven Spielberg: la copertina di Jaws diventa la locandina del film in un processo simile a quello di Jurassic Park e questa cosa può avvenire quando c’è poca distanza tra libro e film.

Jaws però è meno sofisticato, i livelli di lettura sono meno dato che la copertina del libro diventa la locandina. Fine.

In Jurassic Park la cosa è più complessa, dato che la copertina diventa la locandina del film e poi diventa un marchio all’interno del film, un elemento diegetico. Diventa merchandising stesso all’interno del parco dato che vengono vendute tazze e magliette con quel logo.

Quanto è importante, non solo per il caso di Jurassic Park, ma più in generale nel mondo dell’editoria, una buona copertina? Ci sono dei parametri per riconoscerla? Quali sono i cliché da evitare?

L’obiettivo di una copertina è quello di essere una soglia, deve in qualche modo condurci e convincerci ad entrare nel testo. Noi siamo fuori, siamo irretiti visivamente da qualcosa che attira la nostra attenzione, se ci piace prendiamo il libro in mano se non ci piace ce ne andiamo via. Il lavoro del designer è di realizzare attraverso la copertina non qualcosa che rappresenti lo stile del designer, ma lo stile dell’opera. Bisogna cogliere l’interesse visivo del lettore da cui questo libro può essere destinato.

Il designer deve quindi traslitterare la lettura del libro in un’immagine esterna che raccolga l’attenzione del lettore adatto. Si deve prediligere il metodo allo stile e, infatti, le copertine di Chip Kidd non si riconoscono tra di loro.

L’altro problema tipicamente europeo è quella della serie e della collana: fare una copertina si riduce a scegliere un’immagine con un layout prefissato. Una collana ha dei libri lontani l’uno dall’altro che però sono uguali gli uni agli altri esteticamente. Rappresenta l’idea che l’editoria italiana veda il libro come un oggetto sacro in cui è il contenuto che conta, non la forma. L’editoria americana esalta il testo, ma lo vede come un prodotto che deve vendere e che quindi deve essere presentato bene. La copertina è una tecnica di comunicazione, un packaging, un venditore silenzioso, è più di un involucro che permette alle pagine di non rovinarsi.

Chip Kidd è interessante perché crea degli oggetti diversi, sa evocare mondi completamenti differenti nelle sue copertine, sa mettersi al servizio dell’opera e usare tutti gli strumenti come un oggetto tridimensionale, con la costa, il retro e la sovraccoperta. In 1Q84, che purtroppo in molti mercati è stato introdotto in modo molto banale con la metafora del mondo degli specchi, Chipp Kidd traspone la relazione tra due mondi separati ma unibili con la coperta e sovraccoperta semi trasparente.

Le immagini di stock sono un’altra cosa da evitare, in quanto sono immagini create per potersi adattare a contesti diversi, mentre le copertine di Chip Kidd sono sempre fortemente legate con il contenuto.

Come descriverebbe Chip Kidd a una persona che non conosce lui e i suoi lavori?

È un vulcano di energie, idee e voglia di fare. Non sta fermo un secondo, vive in un appartamento con solo una sedia dove appoggia il computer, ha un divano ricoperto di fumetti e tavole che ha raccolto negli anni. Mangia quasi sempre fuori casa e infatti vive molto Manhattan, la città dove vive.

È un collezionista, compulsivo, fa migliaia di mostre e opere legate al collezionismo soprattutto legati ai fumetti e ai supereroi, in particolare Batman: è uno dei più grandi esperti di Batman americani.

È un uomo analogico, non digitale, ha una collezione di libri, cd, fumetti, oggettistica varia, vintage, ed è un autore e ha scritto due libri ambientati negli anni ’50 con una forte componente autobiografica. Non è un erudito nel senso accademico, ma legge molto ed è molto informato sulle novità.