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9 maggio 2018

Cinema contro le mafie: Aldo Moro e Peppino Impastato a 40 anni dalla morte

di Andrea Gruberio
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Cinema contro le mafie: Aldo Moro e Peppino Impastato a 40 anni dalla morte

“Mio padre! La mia famiglia! Il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”.

È una voce potente in cui si mischiano rabbia e voglia di giustizia con un accento tipicamente palermitano. È l’urlo di Luigi Lo Cascio, che nel 2000 ha dato voce e volto a Peppino Impastato, giovane e irrequieto attivista siciliano che ha consacrato la sua vita combattendo la mafia con satira e ironia. Oggi ricorre il quarantesimo anniversario della sua morte, nello stesso giorno in cui, sempre nel 1978, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro dopo 55 giorni di prigionia.

Peppino fu ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo, per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti. Quella di Giuseppe Impastato era una voce discordante e entusiasta in un paesino – Cinisi – sordo, muto e cieco. Come, in altri contesti, lo era quella di Aldo Moro. Statista di altissimo livello, oggi il suo è ancora un enigma che nessuno è riuscito a sciogliere.

Il cinema e la televisione oggi ricorderanno Moro (stasera in particolar modo Sergio Castellitto porterà sugli schermi l’Aldo Moro professore). E Peppino? Lui, nella sua vita, aveva trovato una via, quella dello sberleffo: rendere ridicolo il nemico per pungerlo là dove la corazza dell’omertà non può garantire la protezione che scaturisce dalla paura.

Ecco due film che li ricordano.

Il professore
Stasera, su Rai 1, alle 21.40, va in onda la docufiction Il professore. Il film, trasmesso in tv a 40 anni dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro, ucciso per mano delle Brigate Rosse, ruota attorno al rapporto privilegiato che, da accademico, Moro riuscì a instaurare con gli studenti della facoltà di Scienze Politiche. È Sergio Castellitto a interpretare il grande statista, giurista e professore ordinario all’Università La Sapienza di Roma in questa coproduzione Rai Fiction – Aurora Tv, per la regia di Francesco Micciché.
La docufiction si focalizza su quel 16 marzo 1978 quando l’Onorevole avrebbe dovuto incontrare un gruppo di laureandi davanti al Parlamento. Nel pomeriggio, invece, avrebbe dovuto presenziare alle discussioni delle tesi di laurea. Non ci arriverà mai. Dopo l’agguato in via Fani, è stato portato via da un commando armato delle BR che crivellò di colpi la Fiat 130 su cui viaggiava accompagnato dalla scorta. Hanno inizio così i 55 giorni che tennero l’Italia con il fiato sospeso.
Quattro studenti di Procedura Penale ricordano la carriera universitaria del Professor Aldo Moro, un lato in cui si rivelano tutta la sua passione, le fervide idee e visioni umanitarie, dedito agli studenti e disponibile al dialogo. Micciché ricostruisce così il pensiero di Moro, il profondo senso dello Stato e della giustizia che esprimeva in aula, la speranza e l’angoscia di tutti i giovani che gridavano la sua liberazione.

I cento passi
Nel 2000 Marco Tullio Giordana ha deciso di raccontare la storia di Peppino in un film, I cento passi. Il titolo della pellicola prende il nome dal numero di passi che occorre fare a Cinisi, per andare dalla casa degli Impastato fino a quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti.
Alla fine degli anni ’60 a Cinisi, la mafia domina e controlla la vita quotidiana, oltre agli appalti per l’aeroporto di Punta Raisi e il traffico della droga. Peppino Impastato, giovane animato da uno spirito civico irrefrenabile che lo impegna nella lotta alla mafia, apre una piccola emittente radiofonica, Radio Aut, dalla quale colpisce con originalità ed ironia i potenti locali fra i quali spicca la figura mefistofelica di ‘zu Tanu‘ Badalamenti. La pellicola, travolgente e cruda, oltre alla lotta di Peppino, mette in luce lo scontro generazionale tra il protagonista e il padre Luigi, colpevole di non avere la forza di recidere quel legame con l’ambiente mafioso, creato per convenienza e cresciuto per vulnerabilità.
Il film ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali il premio per la miglior sceneggiatura alla Mostra del cinema di Venezia nel 2000, mentre all’edizione nel 2001 I cento passi ha vinto un David nelle categorie migliori costumi, miglior sceneggiatura, miglior attore protagonista a Luigi Lo Cascio e miglior attore non protagonista a Tony Sperandeo – reso celebre per il suo “viso da duro” anche per altri ruoli di personaggi legati alla criminalità organizzata, come nelle fiction La piovra, Distretto di Polizia e Ultimo – L’infiltrato per la sua magistrale interpretazione sullo schermo del boss Badalamenti.