Approfondimenti

23 dicembre 2018

Edwige Fenech, 70 anni oltre ai cliché

di Anna Martellato
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L’anno di nascita, sulla sua carta d’identità, dice che oggi Edwige Fenech compirà 70 anni. Perché non ci si crede: bellissima, sensuale, di una bellezza che ha imposto negli anni ’70 canoni estetici a cui oggi tutte si adeguano – labbra carnose, occhi da gatta, décolleté generoso.

E se, in quella carta d’identità, una trentina d’anni fa, si fosse guardato al luogo di nascita, non era raro trasalire: c’era scritto “Bona”. Tutto vero e la cosa era diventata un refrain dell’epoca per l’associazione condita da umoristica casualità. La Fenech davvero è nata “Bona”, ovvero è nata davvero a Bône, una città algerina che al tempo apparteneva alla Francia e che in italiano era tradotta in “Bona”, oggi Annaba.

Quello che davvero piace della Fenech non è solo il suo aspetto; anche se siamo tutti d’accordo nel dire che Madre Natura una preferenza per lei l’ha avuta, giusto?
Non è neanche per la sua spiccata sensualità erotica che l’ha resta il sogno proibito degli italiani negli anni ’70, un cult anche oggi, che ci piace così tanto.

Edwige Fenech ci piace per la sua intelligenza, la sua raffinatezza, e il coraggioso “salto nel buio”, come lei stessa ha dichiarato in un’intervista, che a un certo punto della sua vita ha deciso di fare.
Inconsapevolmente (in quanto si considerava una ragazza normale), si è trovata sul trampolino di lancio per la notorietà: a 16 anni vince un concorso di bellezza, Lady France, ma la sua è una bellezza che sconvolge: troppo bella perfino per diventare modella.

Le porte del cinema le si spalancano: il primo film è Samoa, regina della giungla. È il 1967 e non è proprio un film memorabile. Ma lei sì. Da allora Edwige gira molti film, tra cui anche Madame Bovary, dal romanzo di Gustave Flaubert, dove interpreta Emma.

Tantissimi i film in Italia: la Fenech diventa un sex symbol. Sono gli anni goderecci e maliziosi della commedia sexy all’italiana, genere che ha fatto storia ed è diventato sinonimo della cultura di massa dell’epoca.

Edwige ci piace, perché incarna la donna sensuale e procace, ma la sua intelligenza e il suo carisma hanno fatto in modo che lei stessa non fosse ingabbiata per sempre quel cliché. Che tra l’altro cliché non è mai stato: il paradigma bella&oca non ha mai fatto per lei. Edwige Fenech è fuori da tutti gli schemi, nonostante lei ne abbia incarnati molti prestando il volto (e il corpo) a film erotici come Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, Giovannona Coscialunga, disonorata con onore e così via.

A fine anni ’70 abbraccia una carriera più alta, come il teatro e la conduzione dei programmi come Sotto le stelle (1986) e Domenica in (1989-90), addirittura ha presentato del Festival di Sanremo nel 1991.

Costellata da liaison importanti (11 anni con il produttore e regista Luciano Martino e 18 anni con Luca Cordero di Montezemolo), la sua vita privata conserva un segreto: il padre del figlio nato nel 1971, Edwin. Anche questo ci piace di Edwige Fenech: personaggio pubblico sì, ma su cosa lo decido io; per il resto “sono solo fatti miei”.

Negli anni ’90 inizia ad occuparsi di produzione televisiva e cinematografica con la sua società Immagine e cinema: tra i suoi film Il coraggio di Anna (1992) e Il mercante di Venezia (2004), diretto da Michael Redford, con Jeremy Irons, Al Pacino, Joseph Fiennes, e molte miniserie televisive che abbiamo amato (come Commesse, per esempio).
Questa è stata la sua svolta, un “salto nel buio”: la sua seconda vita e carriera.

Nel 2007 torna davanti alla macchina da presa: la Fenech è contattata dal Quentin Tarantino, suo ammiratore, per un cameo in Hostel: Part II, sequel di Hostel, sempre diretto da Eli Roth. Anche lui è un suo fan. In Bastardi senza gloria un personaggio si chiama Ed Fenech, in omaggio all’attrice.

Edwige Fenech, la donna che visse due volte, o forse anche tre. Ma soprattutto, quella capace di andare oltre i cliché.