Approfondimenti

5 gennaio 2017

Epifania, l’ultima grande abbuffata in 3 film cult

di Anna Martellato
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L’Epifania (dal greco, manifestazione), il 6 gennaio, è una delle massime solennità celebrate, assieme alla Pasqua, il Natale, la Pentecoste e l’Ascensione, ed è quindi istituita come festa di precetto. Sono moltissimi gli aspetti folcloristici legati a questo giorno in tutta Italia: dall’accensione di fuochi augurali al nord allo scambio di doni. Quella della calza piena di dolci è l’ultimo atto dell’abbuffata natalizia, quella che tutte le feste si porta via, anche se i chili di troppo resteranno ancora per un po’.

In Lombardia si festeggia con l’anello di monaco mantovano, in Friuli Venezia Giulia con la Gubana, una soffice prelibatezza, in Toscana con il Panforte di Siena (con frutta candita, frutta secca, zuccheri, miele e spezie), in Lazio con il Pangiallo romano e in Sicilia con la Cubaita, croccante quasi da spaccare i denti. La giornata dell’Epifania chiude il cerchio goloso che si protrae da Natale, con gli ultimi grandi pranzi o cene. Un po’ come quelle che il cinema ci ha raccontato.

Ecco tre film in cui l’abbuffata è protagonista (e da domani, tutti a dieta!).

La grande abbuffata (1973). Con Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Michel Piccoli, è il film che Marco Ferreri ha girato all’apice della sua carriera. Nonostante l’aspetto goliardico, contiene una feroce critica alla società dei consumi e del benessere, condannata, secondo l’autore, all’autodistruzione inevitabile. I bisogni e gli istinti primordiali, filtrati e normalizzati nel loro raggiungimento, divengono “noiosi” ed abbisognano di continue unicità per essere graditi. Ma la ricerca della difficoltà fine a se stessa comporta l’abbandono dell’utilità e sfocia inevitabilmente nella depressione e nel senso di inutilità. L’unica salvezza è rappresentata dal genere femminile, legato alla vita per missione biologica. La pellicola è stata molto criticata a Cannes, dove si è comunque aggiudicata il Premio della critica internazionale. La grande abbuffata è poi entrata nella storia del cinema e del costume, diventando modo di dire.

Un americano a Roma (1954).Maccarone… m’hai provocato e io te distruggo, maccarone! Io me te magno!“. È la frase che più ha conquistato gli italiani, quella pronunciata da un giovane Alberto Sordi in questa commedia esilarante. Diretto da Stefano Vanzina (Steno), presenta – oltre all’aspetto comico – una satira pungente di costume dell’Italia del dopoguerra ed evidenzia in modo brillante il mito dell’America, terra agognata e sospirata da molti nostri connazionali dell’epoca, di cui si conoscevano abiti e abitudini solamente attraverso il cinema, i fumetti e le riviste. Una curiosità: il film è stato selezionato tra i cento film italiani da salvare.

…Continuavano a chiamarlo Trinità (1971). Trinità e Bambino al ristorante è un cult. Basta googlelarlo per rendersene conto. In questo spaghetti western, due fratelli entrano al ristorante – la migliore mangiatoia di tutto lo Stato, come dice Trinità (Terence Hill). Con modi spicci, cafoni e diretti Trinità e Bambino (indimenticabile Bud Spencer) si siedono e ordinano da mangiare. Poi combinano guai a non finire e si abbuffano senza pietà!