Approfondimenti

24 febbraio 2017

Food & co. Quando il cinema racconta il cibo

di Anna Martellato
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Ultimamente il cinema si è dato parecchio da fare per fare chiarezza e svelare gli (spesso orribili) segreti della filiera. Se ci facciamo caso scopriamo che non c’è solo Michael Moore a rompere le uova nel paniere (o meglio, nelle gabbiette della produzione intensiva), svelando agghiaccianti verità.

Temi scottanti, quelli legati al cibo, che fanno breccia sul grande pubblico per l’eco che ne deriva. E non solo perché la ex first lady Michelle Obama ha lanciato la moda di coltivare l’orticello dietro casa (Bianca, nel suo caso). Il punto è che ne sentiamo di tutti i colori e per proteggerci dal cancro causato dai veleni che inconsapevolmente o meno mangiamo, dalle sostanze chimiche, dagli antibiotici con cui hanno ingozzato i polli, dagli OGM, dal lupo cattivo e Darth Fener, finiamo per mangiare radici boliviane e semi di lino decorticati, possibilmente sottovuoto (e ovviamente costosissimi).

Ecco perché quello che conta è essere informati. Senza farsi prendere dal panico, ma anche senza minimizzare ciò che (realmente) accade.

Per un serio e consapevole dibattito con i protagonisti del mondo food e con chi di cibo scrive, c’è il Festival del Giornalismo Alimentare, a Torino proprio in questi giorni. Ed è già un punto di riferimento per chi comunica il cibo, nonostante sia solo la seconda edizione. Il festival si è svolto nella Biblioteca Nazionale in una tre giorni (23-25 febbraio) densa di appuntamenti, incontri, conferenze e seminari dedicati alle professionalità del mondo food.

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Tre giorni in cui una platea eterogenea di giornalisti, comunicatori, blogger, aziende, istituzioni, uffici stampa, scienziati, alimentaristi e influencer hanno potuto incontrarsi e confrontarsi sui temi di maggiore attualità. Un momento di riflessione sulla qualità dell’informazione alimentare e sulla responsabilità sociale di coloro che hanno il delicato compito di comunicare il cibo a un’opinione pubblica sempre più attenta ed esigente.

Noi di App al Cinema abbiamo fatto un salto a Torino. E abbiamo capito quanto sia importante sapere cosa abbiamo nel piatto. A proposito, vi proponiamo tre docu-film, tre testimonianze che raccontano con le immagini la direzione che abbiamo preso. O quella che, se scegliamo bene, potremmo prendere. A noi la scelta.

Food, Inc. è un film statunitense del 2008 diretto da Robert Kenner e candidato al premio Oscar nel 2010 come miglior documentario. Uno sguardo duro e impietoso sulle grandi corporazioni che controllano l’industria alimentare americana. Sotto la lente di Kenner c’è il mercato e la produzione industriale a larga scala, più precisamente di carne (pollo, manzo, maiale), definita disumana, crudele con gli animali, insostenibile a livello economico e ambientale. Ma non è tutto. Perché è inevitabile puntare lo sguardo più in là, o meglio prima dell’allevamento, ossia nella produzione industriale di cereali e verdure (soprattutto mais e fagioli di soia). C’è anche un terzo segmento del film che parla del potere economico e giuridico, ovvero l’uso massiccio di sostanze chimiche derivate dal petrolio e le abitudini di grande aziende USA che traggono profitto dalla fornitura di cibo a buon mercato, ma contaminato, o dall’uso di sostanze chimiche derivate dal petrolio o di abitudini malsane di consumo alimentare da parte del pubblico statunitense.

Super Size Me è un film diretto da Morgan Spurlock, uscito nel 2005 in Italia e distribuito da Fandango Cinema. Candidato per l’Oscar al miglior documentario, tratta degli effetti sul corpo umano di una dieta giornaliera a base di McDonald’s. Veloce, accessibile, economico, gratificante: è il fast food, baby. Ed è qui per durare, che ci piaccia oppure no. I fast food infatti soddisfano una necessità moderna, tipica delle nostre abitudini e di questo frenetico stile di vita. Ma a quale prezzo? In America circa il 37% dei bambini e degli adolescenti tende all’obesità e due terzi degli adulti sono in sovrappeso od obesi. Il punto è: a causa di cosa? Della nostra mancanza di auto controllo, o delle catene di fast food?

God save the green di Michele Mellara e Alessandro Rossi. Dopo tante notizie allarmanti derivate dalle denunce dei docu-film, qualche sprazzo di luce. Del 2013, il film racconta la riconquista degli spazi verdi da parte dei cittadini italiani e del mondo. Oggi la globalizzazione e il consumo di massa la fanno da padrone, ma nel mondo c’è chi ha cominciato a coltivare ortaggi nel proprio piccolo lembo di terra. Queste persone, questi gruppi di individui, spinti dall’esigenza di avere cibo fresco e salutare, hanno anche il desiderio di migliorare il posto in cui vivono e la qualità di vita. Ed è così che nascono anche nuove forme di reddito grazie alla commercializzazione dei loro prodotti. Il docu-film racconta sette diverse storie, ambientate a Torino, Bologna, Nairobi, Casablanca, Teresina, Londra e Berlino, che mostrano come l’arte del fare, con le mani nella terra, possa dare un nuovo senso alla parola comunità e come sia possibile rivitalizzare le grandi periferie del mondo.