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17 maggio 2017

Giornata contro la omo, bi e transfobia: ecco come il cinema si è evoluto

di Michela Fontana
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Giornata contro la omo, bi e transfobia: ecco come il cinema si è evoluto

Il 17 maggio si celebra la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, ricorrenza promossa dall’Unione Europea allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza e della discriminazione nei confronti della popolazione LGBT. Premesso che ormai dovrebbe trattarsi di un’ideologia anacronistica, purtroppo non si può negare che tanti episodi di sopruso ed emarginazione si verifichino a tutt’oggi e per questo è sempre importante ricordare le lotte e il lungo percorso che hanno portato fino al riconoscimento di importanti diritti e che ancora procedono verso la conquista della piena dignità.

Noi lo facciamo, ovviamente, attraverso il cinema, ripercorrendo le fasi storiche del suo rapporto con l’omosessualità, che sono frutto e specchio delle fasi storiche della società stessa.

Nel cinema muto degli esordi i personaggi omosessuali rappresentati erano quasi esclusivamente di sesso maschile e apparivano fugacemente ricoprendo ruoli nettamente marginali. Essi dovevano essere facilmente identificabili per mezzo di caratteristiche ben definite, come il comportamento effeminato o un garofano verde all’occhiello, e la loro funzione era quella di suscitare ilarità nello spettatore. E’ ciò che accade, per esempio, in una scena di Charlot macchinista del 1916: Charlie Chaplin, dopo aver baciato una donna vestita da uomo, si trova a essere assediato da un altro uomo, palesemente omosessuale, che cerca di sedurlo con modi invadenti ed eccessivamente femminei, costringendolo a liberarsene con un ben assestato calcio nel sedere.

Con il passare degli anni e l’avvento del sonoro anche la figura dell’omosessuale ha cominciato ad avere dei connotati diversi: la sua presenza non era più solo di passaggio e le effusioni tra persone dello stesso sesso cominciavano a presentarsi agli occhi dello spettatore. Il primo bacio gay a essere presentato sul grande schermo è quello seducente e provocatorio che una Marlene Dietrich in abiti e atteggiamenti maschili dà a una donna del pubblico alla fine della sua esibizione al “Lo Tinto’s” nel film Marocco del 1930, anche se già nel 1927 William Wellman c’era andato vicino con Wings, un film che racconta della guerra e dell’amicizia tra due uomini, Jack e David, che suggellano la profondità del loro legame con un bacio quasi sulle labbra dato da Jack a David poco prima che questi si spenga. Di baci omosessuali in quegli anni se ne sono visti di diversi tipi, da quello trasgressivo e accattivante a quello intimo e tenero, e proprio a causa di questa tendenza considerata licenziosa nel 1930 l’Organizzazione americana dei produttori cinematografici ha adottato il cosiddetto Codice Hays, che è stato effettivamente applicato a partire dal 1934. Esso dettava delle specifiche linee guida sulle produzioni cinematografiche: lo scopo era la censura di tutti quei film ritenuti moralmente inaccettabili. Ovviamente l’omosessualità, in quanto indecente perversione, era tra le cose più severamente vietate.

Per le tre decadi successive l’omosessualità scomparve dunque dal grande schermo, salvo essere ogni tanto rappresentata tramite piccole allusioni che comunque dipingevano i personaggi interessati come moralmente corrotti e meritevoli di castigo. Bisognerà aspettare gli anni ’70 per una nuova fase: è in quel decennio che compaiono i primi film a tematica gay con un finale non tragico (Festa per il compleanno del caro amico Harold, 1970) e quelli che per la prima volta presentano personaggi omo con la testa sulle spalle (Cabaret, 1972), anche se il filone principale rimane quello della rappresentazione stereotipata e discriminante. Dopo accese proteste da parte dell’ormai più forte e consapevole comunità gay, l’Europa prima e Hollywood poi si sono finalmente aperte a rappresentazioni più rispettose della figura omosessuale, anche se fino ai primi anni ’90 si trattava comunque di rappresentazioni standardizzate e poco realistiche.

Con Philadephia (1993), film drammatico sul delicato tema dell’AIDS in cui Tom Hanks e Antonio Banderas interpretano una coppia di fidanzati conviventi, s’inaugura la nuova tendenza a raccontare il mondo LGBT con le sue problematiche, portata avanti con toni sia tragici che leggeri da moltissimi film come In & Out (1997), A mia madre piacciono le donne (2002), Transamerica (2005). Oggi le correnti principali sembrano essere due: da una parte vi sono i film a tematica omo o transessuale che, proseguendo l’usanza anni ’90, trattano la questione nei suoi aspetti più drammatici raccontando soprattutto di omofobia, discriminazioni e ostacoli sociali (La vita di Adele, The Danish Girl); dall’altra, invece, ci sono quei film in cui l’omosessualità è presente ma non protagonista, la cui trama, cioè, non è incentrata sulla difficile straordinarietà di questa condizione (I ragazzi stanno bene, Il cigno nero).

Con quello che alcuni potranno chiamare ingenuo ottimismo, ci auguriamo che di qui in avanti si intensifichi questa seconda corrente, quella per cui l’essere gay, bisessuale o trans non è un problema da affrontare o un diritto per cui lottare ma una semplice caratteristica che non dovrebbe essere necessario difendere. Questo perché se accade nel cinema accadrà anche nella società, e viceversa.