Approfondimenti

22 gennaio 2019

Glass: top o flop?

di Gaia Giuffredi
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Con quasi 260mila biglietti strappati nella sua prima settimana in sala, Glass di M. Night Shyamalan si conferma il secondo film più visto dagli italiani al cinema.

Glass è l’ultima pellicola nata del sodalizio tra il regista e il produttore James Blum, che continua a credere nella rinascita di Shyamalan anche dopo suoi flop con L’ultimo dominatore dell’aria (2010) e After Earth (2013). Blum, che si era fatto conoscere al grande pubblico con Paranormal Activity (2010) e che ha confermato il suo fiuto per un film ben fatto producendo anche Scappa – Get Out (2017), torna al fianco di Shaymalan per questo progetto, il coronamento di una trilogia thriller di supereroi cominciata ormai all’inizio di questo millennio.

Era infatti il 2000 quando Shaymalan, sulla cresta dell’onda per l’acclamatissimo Il Sesto Senso (1999), girava il suo Ubreakable con Samuel L. Jackson, Bruce Willis e Robin Wright Penn e presentava al mondo quello che sarebbe diventato un film cult nonché una pietra miliare della sua carriera.

Tornava Bruce Willis come suo attore protagonista, tornava il suo stile thriller e mistico della narrazione, tornava il plot twist finale, ma diversa era la direzione della pellicola. Era un film di supereroi prima che i film sui supereroi si vedessero in maniera così massiccia in sala, prima della venuta della Marvel e del suo Iron Man (2008), che avrebbe cambiato le carte in tavola e messo il mantello a buona parte dei film che sarebbero passati nei cinema negli anni a venire.

Shyamalan, però, aveva già ben chiara la sua visione, la sua idea di creare un trittico, una trilogia di supereroi moderni. “Il mio obiettivo era un fumetto thriller, una fusione direi quasi genetica dei due generi. È un thriller psicologico, ma ci sono anche i colori di un fumetto e momenti in cui si fa riferimento a quell’idea di empowerment e di “diventare chi si è sempre dovuti essere”… il mito della nascita del sé, insomma. […] Ho sempre voluto che fossero David, Kevin ed Elijah i protagonisti dell’ultimo film. Questo è sempre stato chiaro nella mia testa. E avevo da sempre in mente l’idea di andare a finire in un manicomio. Questo c’è sempre stato.

La visione ci sarà sempre stata, quindi, ma la teoria ha tardato a farsi pratica. Ci sono voluti infatti 17 anni perché Shaylaman tornasse dietro la camera da presa per quel sequel che ormai nessuno si aspettava ma che tutti sono andati a vedere.

Valutato positivamente dalla critica e ben accolto dal pubblico, Split ha riscosso così tanto successo che ora fa parte del catalogo di Netflix ed è diventato un must see per gli utenti della piattaforma. La pellicola vede come protagonista James McAvoy e le sue 24 personalità (23 più una, la Bestia), alcune delle quali tengono in ostaggio delle ragazze. Di quelle sul copione, nove sono quelle che appaiono sullo schermo.

“Sembra davvero complicato e in effetti lo è” ha dichiarato McAvoy, parlando del suo ruolo, “ma in realtà si tratta semplicemente di fare il mio lavoro nello stesso modo in cui lo faccio sempre, solo nove volte e non una sola.  […] Per prepararmi ho passato un po’ di tempo con alcuni medici e questo sicuramente ha aiutato. Quello che davvero però mi sarebbe stato utile, sarebbe stato poter parlare con qualcuno affetto da questo tipo di disturbo di personalità. Ho consultato però alcuni diari, che mi sono stati molto utili soprattutto per quanto riguardava la routine quotidiana di queste persone, per capire come sia davvero convivere con questo problema.

Cementizzata così la rinascita di Shaylaman come regista e, appoggiato ancora dal produttore James Blum, eccolo al timone del terzo film che chiude questo cerchio apertosi ormai quasi 20 anni fa.

Sfortunatamente, Glass non sta godendo dello stesso successo dei suoi predecessori. Sì, gli incassi ci sono e la curiosità da parte del pubblico generalista di andarlo a vedere anche, ma le critiche non sono incoraggianti. Il web, negli ultimi giorni, si è costellato di tanti e tanti articoli negativi sui siti più autorevoli, che smontano il film pezzo per pezzo e potrebbero riuscire a convincere i più scettici a non mettere piede in sala.

La prima colpa universalmente riconosciuta di Shyalaman è quella di prendersi troppo sul serio.

Il mondo è cambiato da quando Unbreakable è uscito nelle sale, il pubblico sa come è fatto un film di supereroi, sa cosa gli piace e cosa non gli piace. Vuole vedere eroi ed eroine salvare il mondo in un caleidoscopio di effetti speciali, battute a effetto e plot twist non troppo complicati. Vuole un film a cui portare anche i propri figli per poi  magari vederli discutere con l’amichetto del cuore se sia meglio Iron Man o Captain America, Batman o Superman.

Shaylaman, forse, di questo non ha tenuto conto. Oppure l’ha fatto, ha visto la strada in discesa da prendere, e ha scelto comune il sentiero pieno di rovi che si inerpica verso la cima della montagna. Il risultato è un film serioso e pomposo, troppo lungo e quasi piatto, in cui il colpo di scena è sì presente, ma quando ormai si rischia che buona parte del pubblico in sala si sia addormentato. Sempre ammesso che ci sia ancora, un pubblico in sala…

Il film è tuttavia molto curato dal punto di vista visivo, questo è ciò che salva Shaylaman e che rende riconoscibile il suo occhio dietro la macchina da presa. L’impegno per le soluzioni visive c’è e si vede, forse però qualche sforzo in più per rendere le parole messe in bocca ai personaggi più realistiche si poteva fare.

È una sorta di film di supereroi, sicuramente lo considero in questo modo, ma è anche molto differente dagli altri. Non somiglierà ai film Marvel” ha dichiarato James Blum e di certo lui e Shaylaman sono stati fedeli a queste parole.

Glass vede riuniti i protagonisti delle due pellicole precedenti ed è stato un’occasione per gli attori per vestire nuovamente panni già indossati. Il pubblico potrà credere che questo abbia richiesto meno lavoro, ma la risposta non è così scontata

“Non è stato per niente più facile, anzi è stato molto più difficile, ho dovuto cercare di non strafare e per me è stato difficile mantenere questo equilibrio tra una persona diciamo normale che poi si “trasforma”.

Queste le parole di James McAvoy, che se in Split ci mostrava solo nove delle ventiquattro personalità del suo personaggio, qui dà sfoggio di tutte le sue capacità attoriali, colpendo allo stomaco con un’interpretazione magistrale che dovrebbe sapere di Academy Award.

L’arma vincente di questa trilogia, il suo crearsi a poco a poco creando anticipazione nella mente dello spettatore, però, si è rivelata essere un’arma a doppio taglio.

Shaylaman ha creato il suo mondo con Unbreakable, ha aspettato diciassette anni per tornarci e l’ha fatto con un film e con un protagonista d’eccezione. Ha servito al pubblico Split, il thriller psicologico che voleva e che si aspettava di vedere, salvo poi scivolare sul finale. Il suo cavallo di battaglia è diventato il suo tallone d’Achille. Anziché essere una pellicola elegante in cui la tensione sale e impedisce quasi di battere le ciglia a chi la guarda, Glass annoia nella sua staticità e con i suoi dialoghi irrealistici, esplicita e rimarca cose che potrebbero tranquillamente rimanere nel non-detto, scadendo nel banale.

L’abilità di Shaylaman rimane innegata e innegabile, ma viene da chiedersi se potrà mai tornare ai fasti pre 2005 o se questa sua nuova versione patinata e commerciale sia l’unica che Hollywood abbia da offrire.