Approfondimenti

31 gennaio 2019

Green Book: l’amicizia oltre il colore

di Gaia Giuffredi
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Si dice che l’importante non sia la meta, ma il viaggio che si intraprende per raggiungerla.
E si dice anche che un viaggio, se fatto con le persone giuste, può cambiarti la vita.

Di certo non era a questa retorica che pensava Donald Shirley, musicista jazz afroamericano, quando assunse Tony Vallelonga (detto Tony Lip) disoccupato italomericano. A lui serviva semplicemente un autista che lo portasse da un punto A a un punto B.

Ma come farlo?

Come farlo se si è negli Stati Uniti d’America, l’anno è il 1962 e il colore della tua pelle è ancora un problema, non importa quanto bene tu sappia suonare il pianoforte?
Come farlo se devi raggiungere stati come l’Iowa e il Mississipi, zoccolo duro di quell’America razzista che supporta il Ku Klux Klan e il sessantotto e le sue rivolte sono ancora così lontane?

Semplice: con il Green Book del titolo. Anzi, con il Negro Motorist Green Book, una mappa di tutti i motel, ristoranti e pompe di benzina in cui anche gli afroamericani erano ben accolti.

È con queste premesse che comincia il viaggio di Don e Tony, che ha come punto di partenza New York e come punto di arrivo gli stati del Sud.

A scriverlo, insieme a Brian Currie, è il figlio di Tony Lip, che ha saputo rendere questa commedia dolceamara anche un dramma attuale.

E a dirigerlo c’è Peter Farrelly, che per l’occasione scioglie (momentaneamente?) il sodalizio con il fratello e si emancipa dal politically incorrect che ha caratterizzato tutti i suoi lavori fino ad oggi (Tutti pazzi per Mary, Lo Spaccacuori e Scemo & più scemo).

Ma ciò che rende questo crowd pleaser un film candidato a ben cinque premi Oscar, oltre all’atmosfera in cui ti fa immergere grazie a musica, abiti e ambiente assolutamente perfetti, sono i due attori protagonisti.

Mahershala Ali è Don Shirley, il musicista nero istruito che veste in maniera impeccabile e parla diverse lingue. Primo attore musulmano a vincere l’Oscar come miglior attore non protagonista (Moonlight), Ali attualmente è impegnato nella terza stagione di True Detective.

Suo contraltare è Viggo Mortensen, l’ex Aragorn della trilogia Il Signore degli Anelli di Peter Jackson. Il suo personaggio è Tony Lip, il rozzo italoamericano disoccupato che si ritroverà a fare buon viso a cattivo gioco pur di sbarcare il lunario e portare a casa uno stipendio per poter mantenere la moglie e i due figli. Per la parte, Mortensen si è dato al trasformismo fisico a cui ci ha sempre abituato Christian Bale, ingrassando di ben venti chili e recitando con un pesante accento del Bronx infarcito di espressioni dialettali in siciliano.

Per tutta la durata del film, i due protagonisti si studiano e cercano di capirsi. Provano a trovare un punto d’incontro per le loro culture, così diverse. Per nessuno dei due all’inizio è la priorità, per nessuno dei due il viaggio è il vero motivo del viaggio. Ma finisce inevitabilmente col diventarlo.

Così facendo riescono a crescere, capendo ora sì le parole di Kerouac in On the road, che sosteneva che La strada è il viaggio.

Tony si rende conto che gli imbrogli e le botte con cui crede di risolvere in fretta ogni conflitto e problema non vanno a fare altro che a originare altri problemi e conflitti. Mentre Don ritrova se stesso e capisce di poter essere e un musicista intellettuale e un “negro” che viene guardato male per strada.

Quello che va ricordato quando si è al cinema, è che questo film non nasce e finisce sul grande schermo, non è solo una bella sceneggiatura con una buona idea dietro e con temi sociali impegnati di fondamentale importanza oggi… è una storia vera. L’amicizia di Don e Tony, il pilastro della narrazione, è autentica ed è durata fino alla morte del jazzista, nel 2013.

Green Book, nelle sale da oggi, è un film con tutte le carte in regola per diventare un classico. È costruito ad arte per piacere al grande pubblico, ma, una volta che l’ha attirato in sala, lo obbliga a riflettere su quanti pochi passi in avanti siano stati fatti sulla questione razzismo in America ma anche in tutto il resto del mondo.

E forse anche solo per questo meriterebbe l’Oscar.