Approfondimenti

22 marzo 2018

Hostiles: l’aridità della legge del più forte

di Marco Rizzini
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L’America che conosciamo al giorno d’oggi si è forgiata nei secoli scorsi.
Se la vecchia Europa è la culla della civiltà, con i capisaldi di Atene e di Roma Imperiale, quale può essere la legacy delle poche centinaia d’anni che hanno costruito il mondo nordamericano?

La legge del più forte, della violenza, dell’asprezza della vita. Il trionfo del capitale finanziario e del tutti contro tutti, dove ogni cosa ed ogni persona hanno un prezzo e dove per sopravvivere devi lottare con il coltello tra i denti.
Questa è la loro storia, questa narrativa è alla base dell’epopea del cosiddetto selvaggio West. Dal pluripremiato Revenant – Redivivo (2015) ad Hostiles (2018), l’ambientazione non cambia granché.

La realtà forse è diversa dal western dal volto umano che ho imparato ad amare dai Tex Willer di mio padre. La sensibilità del cowboy Bonelli non ha eguali, se non forse in quel vecchio capolavoro di Balla coi lupi (1990). Western diversi dalla realtà oggettiva dei fatti, dove l’armonia trionfa e dove c’è spazio per sognare un mondo migliore.

Hostiles invece, come tutti i film di questo genere, ci racconta l’asprezza della vita dei coloni americani. Migranti nel nuovo mondo, con decisione e cattiveria in pochi anni elimineranno le popolazioni autoctone. I nativi americani diverranno presto minoranza in casa loro, lasciando il posto ai nuovi arrivati. Orde di uomini nella piena giovinezza arriveranno dal mare, forti ed in salute, con la voglia di prevalere e d’imporre le proprie regole, con lo scopo di restare e conquistare. Ed in poche generazioni, gli eredi di grandi capi indiani finiranno a marcire nelle riserve in preda all’alcolismo, rimpiangendo i fasti di un grande passato, accettando l’elemosina di poter gestire qualche casinò e vivacchiar dei proventi.
Hostiles racconta questa “naturale” ostilità. Tra i vecchi ed i nuovi padroni di quelle terre.

Il protagonista è il mitico Christian Bale, un attore che non ha bisogno di tante presentazioni. Dopo una vita nell’esercito ad uccidere i pellerossa, cambiano i tempi e incontriamo un primo abbozzo di politicamente corretto. Dopo averli sterminati, ora i nativi vanno difesi e messi negli zoo/riserve. Adesso, graduato, deve fare da scorta ad un vecchio e malato capo cheyenne pena il congedo con disonore e l’allontanamento dalla divisa.

Un lungo viaggio attraverso le praterie americane dove incontrerà anche il personaggio portato sullo schermo da Rosamund Pike, a cui dei razziatori comanche hanno sterminato la famiglia. Sarà proprio grazie all’empatia che verrà a crearsi tra i personaggi femminili – le donne della tribù in viaggio con il capo morente e la vedova distrutta dal dolore – a far sì che un barlume di speranza possa nascere nel cuore di un soldato indurito dalla vita.

Redenzione? Senso di colpa? Non ne ho idea, il film non l’ho ancora visto. Non mi aspetto un lieto fine di abbracci e arcobaleni colorati, in questo film che si preannuncia duro e schietto, arido e silente. Però, unica certezza, saranno ancora una volta le donne a salvarci.
Ne parliamo dopo il 22 marzo.