Approfondimenti

1 febbraio 2019

Il cancro, il Padrino e quel “cambiamento necessario” – intervista a Carmelo Ferlito

di Anna Martellato
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Il cancro, il Padrino e quel “cambiamento necessario” – intervista a Carmelo Ferlito

Il cancro. Solo l’idea che si possa materializzare in noi o in un nostro caro ci fa rabbrividire.

Ogni giorno in Italia si diagnosticano più di 1.000 nuovi casi di cancro (dati: AIRTUM, esclusi i tumori della pelle). Sono però migliorate le percentuali di guarigione: le cure, è vero, sono pesanti; ma funzionano. Il 63 per cento delle donne e il 54 per cento degli uomini è vivo a cinque anni dalla diagnosi. Tempestività è la parola chiave: grazie alle campagne di screening anche i ceppi più aggressivi possono essere annientati.

L’esperienza del cancro, però, è tutta un’altra cosa. Ed è personale.

Nadia Toffa, conduttrice de Le Iene, è stata sotto i riflettori mediatici per il suo libro Fiorire d’inverno, annunciato su Twitter così: “Vi spiego come sono riuscita a trasformare quello tutti che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, una opportunità. Apriti cielo: come si può considerare una malattia potenzialmente mortale un dono, un’occasione, una opportunità?

Lo abbiamo chiesto a una vecchia conoscenza della nostra Redazione, il professor Carmelo Ferlito, che conosciamo per le sue acute analisi sul mondo economico. Stavolta però Ferlito racconta Carmelo. Una pagina inedita, personale: la sua “tribolata amicizia” con il cancro.

Professore, le dispiace se la chiamiamo Carmelo?
Nient’affatto. D’altronde ormai siamo in confidenza.

Soprattutto per l’argomento che dobbiamo affrontare.
Sta parlando del cancro?

Ecco, appunto.
Non bisogna spaventarsi. È una parola, in fondo.

Ma è anche una malattia. Mica un raffreddore.
Credo che, per noi pazienti (in tutti i sensi) di cancro, la malattia si configuri come una grazia enorme perché ci forza a fare i conti con l’inevitabilità della morte; una posizione che, in fondo, dovrebbe contraddistinguere l’umanità di ciascuno, ma che una malattia grave richiama nell’orizzonte quotidiano più di quanto non accada in circostanze “normali”.

Quindi ha ragione Nadia Toffa?
Sa, l’esperienza del cancro è talmente intima e personale che ogni giudizio sulle reazioni soggettive appare fuori luogo. Ma permettetemi di condividere il mio cammino di malato di cancro, iniziato nel settembre 2016.

Permesso accordato, professore.
Ma non eravamo d’accordo di chiamarci per nome?

Giusto. Ci racconti, Carmelo: come è iniziata la sua “tribolata amicizia” con il cancro, ricalcando il suo articolo uscito su Tempi?
Ricordo molto bene che ero reduce da una breve ma bellissima vacanza con la famiglia alle Cameron Highlands. Da tempo non stavo bene con lo stomaco e decisi di sottopormi ad una colonscopia. Eravamo a cavallo tra agosto e settembre 2016 e mi fu diagnosticato un cancro al quarto stadio, partito dal colon e diffusosi al fegato nella forma di diverse metastasi. Oggi, dopo quasi due anni e mezzo, mi sento di dire che il mio primo impatto con tale percorso fu davvero ingenuo, se non addirittura sbagliato.

Sbagliato?
Nel mio orizzonte di persona molto impegnata su molti fronti, la malattia diventava semplicemente un altro fronte di battaglia, un’altra pratica da sbrigare. Tornai in Italia per sottopormi ad una prima chirurgia, che rivelò le metastasi non prima emerse in fase di risonanza, poi la chemioterapia, nel febbraio 2017 un’altra operazione. Poco dopo fui dichiarato ‘pulito’ e tornai in Malaysia per completare alcuni cicli di chemioterapia preventiva. Fu in quel periodo che, grazie ad un collega, scoprii l’esistenza di un convento carmelitano di clausura a Seremban, circa 80 chilometri da dove abito io, Subang Jaya, e iniziai ad andare a pregare lì con una certa regolarità.

L’ha aiutata la preghiera?
Di questo, un particolare che solo in seguito si rivelerà decisivo, parlerò tra poco. Ad agosto 2017 fui confermato nell’assenza di ulteriori “lesioni” (nome tecnico dei tumori). E così tornai a fare la mia vita bella impegnata, a viaggiare per l’Asia per lavoro, ai miei interessi scientifici. Cercavo di non esagerare, per prudenza, ma in fondo il cancro non mi aveva cambiato granché, solo forzato a riposare più di quanto fossi abituato a fare.

Ma è quello che facciamo tutti. Ci ammaliamo, ci curiamo e andiamo avanti, no?
Esatto, è una questione di atteggiamento. In tal modo, però, la malattia è una parantesi, non un’esperienza. Il cambiamento iniziò solo dopo aprile 2018, quando una nuova piccola “lesione” al fegato venne a farmi visita. Era ora chiaro che la mia vita non poteva continuare come prima e la mia azienda decise di affidarmi un incarico part-time, senza viaggi, per potermi meglio occupare dei miei problemi medici.

Cosa ha provato?
All’inizio fui molto arrabbiato e depresso. Mio padre decise così di tornare da me e, insieme, il 16 luglio, giorno della solennità della Vergine del Carmelo, andammo al convento di Seremban per la messa speciale. Quel sacramento, in modo misterioso, ha segnato per me l’incontro che ha cambiato il mio rapporto col cancro, trasformandolo in “amicizia”, un’amicizia “tribolata”, fatta anche di scontri, ma di sicuro, come ogni amicizia, una parte irrinunciabile di me con cui fare i conti ogni giorno, non un’altra pratica da sbrigare.

È un rovesciamento del “comune” punto di vista. È incredibile.
L’incredibile è stato rendersi davvero conto dei miracoli che la mia malattia stava generando, e in particolare del vero e proprio esercito di persone che pregava, inclusi non credenti e fedeli di diversi credi.

Quali altri cambiamenti ha generato la malattia?
Il cambiamento più bello e vero per me fu il rendersi conto che la malattia ha un senso.

Scusi?
Sì. Un senso. Non solo perché risveglia il necessario rapporto con il Destino ultimo. Ma anche, e soprattutto, perché iniziai a rendermi conto di come i cambiamenti nella mia vita che la malattia continuava a chiedere erano in realtà delle grazie meravigliose. Oggi sono contentissimo di lavorare solo part-time: guadagno di meno ma ho la possibilità di vivere davvero la mia famiglia, dopo anni passati tra gli aeroporti d’Asia. In modo molto concreto, poi, posso finalmente dedicarmi alla mia grande passione, la ricerca scientifica. Negli anni con la preghiera ho insistentemente chiesto al Signore di darmi occasione di avere più tempo per i miei studi e, in modo assolutamente inatteso, questa occasione è giunta.

Non ci aveva parlato del Carmelo di Seremban? (Tra l’altro, magari è un caso, ma il suo nome curiosamente è già legato a quel luogo dalla sua nascita…)
Chissà… (sorride, ndr). Più insistevo nel visitare il Carmelo di Seremban, più l’orizzonte delle cose mutava. La mia situazione concreta no, ovviamente. Superato l’ostacolo passato, non posso escludere che la malattia ritorni, presto o tardi. Ovviamente desidero che essa non ritorni, ma voglio soprattutto che permanga il senso di “pace col Destino” che è prevalso negli ultimi mesi.

C’è qualcos’altro che vorrebbe dire ai nostri lettori?
Vorrei che fosse chiaro che questo cambiamento nei rapporti e nel modo di fare le cose non è stato una specie di decisione consequenziale. Come a dire: mi resta poco, quindi meglio vivere bene. È stato un fatto miracoloso accaduto grazie all’assidua frequentazione del Carmelo di Seremban.

I suoi problemi sono stati risolti?
No. Tuttavia essi hanno assunto un senso. E questa è, a mio modo di vedere, la vera guarigione: riconoscere il senso delle cose. Se guardo ai grandi cambiamenti che il cancro ha portato nella mia vita, allora davvero non esito a giudicare il cancro come una Grazia, come un abbraccio misericordioso che raccoglie la mia indegnità e le dà un senso.

Sa, noi parliamo di cinema. Siamo convinti che la settimana arte possa aprire un varco, dolcemente o meno, e possa aiutarci a esplorare e riflettere dentro di noi, talvolta aiutandoci a vedere più chiaramente là dove non riusciamo.
Quale film suggerirebbe, a chi è malato di cancro? E perché?
Guardi, non è una domanda facile, anche perché da qualche anno guardo molto poco i film. I miei amici sanno che ho un debole per le storie di mafia e quindi, anche a rischio di apparire paradossale, vorrei suggerire gli episodi 1 e 2 de Il Padrino. Mi lasci spiegare. Non sono un esperto del cinematografo, ma una cosa che mi colpisce in quella saga è il continuo parallelismo tra la figura di Don Vito Corleone (Marlon Brando) e quella di suo figlio Michael (Al Pacino), che gli succede alla guida della Famiglia. Mentre per Don Vito ogni avvenimento della vita è una nuova epifania, un’occasione da abbracciare in quanto tale, in Michael troviamo un accanimento continuo contro le circostanze, il tentativo di far apparire le cose per quello che non sono e di cambiare i connotati della propria attività. Don Vito guarda ai “pezzi da novanta” come a una risorsa da sfruttare ma sa di non appartenere a quel mondo, e non se ne fa una colpa, coglie il senso più generale delle cose. Michael, invece, vuole diventare uno dei “pezzi da novanta”.

La fuga dalla Sicilia, l’incontro con Clemenza, lo scontro con la Mano Nera, perfino l’attentato alla sua stessa vita, tutto per Don Vito è occasione per un passo ulteriore, per un cambiamento necessario e abbracciato (è un peccato che il film non riporti le circostanze che portarono alla sua amicizia con Luca Brasi, ben narrate invece nel libro di Puzo, forse una delle parti più belle e più cariche di umanità del romanzo). In Michael, invece, tutto è strategia, calcolo, volontà di dominio – impossibile – sulle circostanze.

Don Vito abbraccia la realtà e sa leggere l’umanità che lo circonda, se ne sente parte, e per cui sa meglio muoversi in essa. È una figura rispettata, non solo temuta. Michael, invece, è solo e temuto, percepito da sé e dagli altri come estraneo alla realtà in cui vive, in continuo conflitto con essa.

Ecco, io credo che per comprendere bene il cancro bisogna essere come Don Vito, abbracciare quella circostanza e l’umanità che la circonda, piuttosto che fuggirla.