Approfondimenti

3 gennaio 2017

Il GGG: il magico incontro Spielberg-Dahl visto da noi

di Michela Fontana
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Il 30 dicembre scorso è arrivato finalmente anche nelle sale italiane Il GGG – Il Grande Gigante Gentile, il nuovo film fantasy diretto da Steven Spielberg, tratto dal popolare romanzo per bambini di Roald Dahl e distribuito dalla Walt Disney (in Italia da Medusa Film). Incuriositi da questo “matrimonio a tre” potenzialmente idilliaco, siamo andati a vederlo per raccontarvi le nostre impressioni. Vi diciamo subito che, secondo noi, Spielberg è stato in grado di costruire uno splendido viaggio visivo che incanta, e questo c’era da aspettarselo, ma forse alla trasposizione cinematografica è mancata un po’ della forza contenutistica presente nel romanzo.

La storia raccontata è quella di Sofia (interpretata da Ruby Barnhill), una bambina rimasta orfana che una notte vede gironzolare per le strade di Londra un enorme gigante con uno strano oggetto in mano. Il gigante (generato tramite il motion capture dal volto del premio Oscar Mark Rylance) la rapisce e la porta con sé nella sua caverna, situata nel Paese dei Giganti, dove diventano ben presto amici e dove il Grande Gigante Gentile svela a Sofia il suo magico lavoro: quello di soffiare sogni alle persone. I due elaborano un piano per salvare i bambini dagli altri giganti, che a differenza del vegetariano GGG si nutrono di esseri umani (“esseri urbani”, in gergo gigantesco) e intraprendono insieme una nobile impresa.

Pare che Spielberg avesse in mente questo progetto da una ventina d’anni, e quando avrebbe potuto portarlo a compimento se non proprio nel 2016, anno in cui si è celebrato il centenario della nascita di Dahl? Lo scrittore britannico, scomparso nel 1990, nel corso della sua vita ha dato luce a una ricca serie di storie fantastiche che hanno conquistato milioni di giovani lettori e non solo. Di queste, molte sono state portate al cinema da grandi registi, tra cui Tim Burton con La Fabbrica di Cioccolato (2005) e Wes Anderson con Fantastic Mr. Fox (2009).

Si dice che Roald Dahl e Steven Spielberg fossero destinati a incontrarsi, e proprio grazie a questo romanzo, che per una curiosa coincidenza è uscito nelle librerie lo stesso anno in cui E.T. L’extra-terrestre è stato proiettato per la prima volta sul grande schermo, era il 1982. E, del resto, il richiamo a E.T. è evocato fin da subito con la sigla della casa di produzione dello stesso Spielberg, la Amblin Entertainment, le cui immagini di presentazione sono le prime a offrirsi agli occhi dello spettatore che attende emozionato l’inizio del film. Nello sviluppo della narrazione, poi, l’analogia tematica si fa sempre più evidente: il bambino che incontra l’alieno, il diverso, e che ne è dapprima spaventato, poi meravigliato, e infine profondamente legato.

Il regista è riuscito a dare forma a un mondo fiabesco visivamente molto coinvolgente, grazie anche all’uso congiunto delle tecniche di live action e motion capture, un mondo in cui solidarietà e gentilezza vincono su tutto, sulla diversità apparente dei due protagonisti (che sono moto più simili di quanto inizialmente sembri, entrambi senza genitori e reietti delle società in cui rispettivamente vivono) e sulla perfidia dei giganti mangiatori di bambini, che alla fine saranno sconfitti e puniti ma benevolmente risparmiati (più benevolmente nel film, c’è da osservare, nel quale vengono infatti abbandonati su un’isola deserta insieme a un’infinita scorta di cetrionzoli, mentre nel libro vengono calati in una fossa ed esibiti a un pubblico curioso).

Un altro merito che ci teniamo a riconoscere a Spielberg è l’abile ironia con cui ha saputo costruire l’intera sequenza ambientata a Buckingham Palace, quando il gigante e la bambina vanno a chiedere aiuto alla regina. Già Dahl era riuscito a divertirci attraverso squisiti dialoghi (che peraltro caratterizzano tutta l’opera) e affascinanti descrizioni dell’operazione di allestimento della sala per la colazione, ma il regista statunitense è salito, a nostro avviso, a un livello superiore: con qualche piccola e funzionale modifica al romanzo, ci ha regalato un susseguirsi di spassose scenette per le quali le risate in sala non si sono risparmiate.

Oltre alla performance di Ruby Barnhill, che a fianco alla maestria di un Mark Rylance “sintetizzato” ha purtroppo un po’ sfigurato, l’aspetto che ci ha lasciati più delusi è stata la mancanza di quei dialoghi profondi tra il GGG e Sofia, quelli che nel libro ci invitavano a riflettere sull’assassinio tra esseri umani e sull’importanza dei sogni, ad esempio, argomenti che nel film ci sono parsi molto meno potenti che nel lavoro di Roald Dahl.

E’ innegabile, comunque, che i due autori abbiano in comune una grande dote: quella di stregare e meravigliare dando vita a un universo pieno di magia; l’uno attraverso le immagini, l’altro attraverso le parole.