Approfondimenti

11 luglio 2018

Il lungo Afghanistan: da Tom Hanks a Chris Hemsworth

di Matteo Marinello
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Oggi 11 luglio esce al cinema 12 Soldiers, l’esordio nelle sale di Nicolai Fulglsig, con Chris Hemsworth come protagonista, che racconta la storia di alcuni dei primi soldati americani mandati in Afghanistan con l’operazione Enduring Freedom.
Siamo nel contesto della guerra globale al terrorismo lanciata dall’amministrazione di George W. Bush, a seguito degli attentati terroristici di Al-Qaeda, gruppo guidato da Osama Bin Laden, al Word Trade Center di New York dell’11 settembre 2001.

Ma che cos’é in realtà l’Afghanistan? Guardare le cose nella prospettiva del lungo periodo può essere d’aiuto: l’Afghanistan è un paese che, come molti altri nel Grande Medio Oriente, subì sin dalla sua formazione, tra XVIII e XIX secolo, le pressioni e gli interessi delle grandi potenze europee coinvolte nel “Grande Gioco” asiatico, Russia e Gran Bretagna in particolare. I suoi confini, delineati dagli inglesi, finirono per raggruppare cinquanta gruppi che parlavano una trentina di lingue diverse, distribuiti in un territorio aspro e montuoso e con scarse possibilità di comunicazione tra loro: l’unico elemento in comune era la religione islamica, che non sempre però veniva considerata più importante delle origini etniche o tribali.

Tuttavia, quando qualcuno dice “Afghanistan” è questa la storia a cui, più o meno, tutti pensano: l’invasione anglo-americana del 2001, la guerra ancora in corso in un territorio ostile, la crisi umanitaria, lo scontro tra i brutali talebani e altre élite locali più o meno corrotte con la somma di numerosi errori strategici e politici degli occidentali. Fare un bilancio di una guerra, che doveva concludersi nel 2014 ma è ancora in corso, risulta difficile: si andò in Afghanistan per sradicare Al-Qaeda e catturare Osama Bin Laden, ma è difficile comprendere perché una sistemazione finale (dire “pace” sembra utopico) non sia mai stata raggiunta.

Per ritrovare le origini di ciò dobbiamo tornare indietro al 1979: l’Armata Rossa dell’Unione Sovietica invase l’Afghanistan per blindare il fragile e inefficiente governo comunista che era andato al potere l’anno prima. Gruppi tribali e islamisti radicali combatterono contro l’invasore, molti giovani radicalizzati partirono per l’Afghanistan, supportati dall’Arabia Saudita e dal Pakistan per combattere la jihad contro la grande potenza atea: uno di questi giovani era Osama Bin Laden e proprio a Peshawar, roccaforte della resistenza afgana, si creò il primo nucleo della futura al-Qaeda. L’invasione sovietica era una minaccia anche per gli interessi geopolitici degli Stati Uniti, che in un’azione coordinata con Pakistan e Arabia Saudita, l’Operation Cyclone, rifornirono di armi i mujaheddin (combattenti, guerriglieri), per la maggior parte fondamentalisti islamici.

Le armi americane arrivarono nelle mani dei guerriglieri grazie all’azione di un uomo, Charlie Wilson, fino a quel momento solo un rappresentante del Texas al congresso. La vicenda di questo politico che amava le donne, la bella vita ma che era anche un fervente anticomunista, è raccontata nel film La Guerra di Charlie Wilson: il politico del Partito Democratico, interpretato da Tom Hanks, è colpito dall’impossibilità per gli afghani di rispondere ai sovietici con armi pari e finirà per coordinare una covert operation assieme alla CIA, rappresentata dall’agente Gust Avrakotos (Philipp Seymour Hoffman) e ad una socialite conservatrice ultra cristiana, Joanne Herring (Julia Roberts). Il film racconta in maniera chiara e coinvolgente la vicenda, passando in maniera versatile dagli scenari di guerra alle stanze della politica e portando una chiara critica alla strumentalizzazione della religione e alle conseguenze delle azioni americane.

Ad esempio, al pubblico viene presentata una scena che appare evocativa, controversa e tragicamente ironica: vediamo un membro del congresso, invitato da Charlie a visitare un campo profughi, aizzare la folla mussulmana parlando di una guerra tra bene e male, affermando che Dio era con loro e promettendo gli aiuti in armi; la folla risponde più volte al grido di Allah Akbar!” e alla fine lo stesso membro del congresso urla anch’egli: “Allah Akbar! Dio è grande!”.

Nel 2007, anno di uscita del film, nessuno si poteva immaginare un membro del congresso americano gridare ciò che per troppi era solo il grido di battaglia dei terroristi: il tutto è funzionale a far passare il messaggio che quelli che ora sono i “nemici” prima erano gli “amici”, armati inavvertitamente dagli Stati Uniti. Charlie Wilson, tuttavia, viene qui presentato non solo come l’ideatore del piano ma come l’unico che vede la possibile degenerazione: dopo la ritirata dei sovietici dall’Afghanistan, in una sala riunioni ormai semivuota, chiede dei fondi per la ricostruzione, comprendendo la pericolosità di lasciare a pezzi un paese con una popolazione giovane, scalpitante e radicalizzata, ma non trova supporto alle sue richieste. Egli chiede perché, dopo aver portato la guerra, “ce ne andiamo sempre”  senza ricostruire, ammonendo che la situazione si potrebbe ritorcere contro: è un chiaro rimando a ciò che accadrà, l’11 settembre, così come al fatto che anche per guerra in Afghanistan degli anni 2000 non c’era un piano di ricostruzione e il grosso delle truppe statunitensi, dopo l’abbattimento del regime dei talebani, fu immediatamente ricollocato in Iraq. Tutto ciò si presta a molte semplificazioni però il film ha il merito di sollevare la problematica riguardo alle responsabilità storiche, dirette e indirette, degli Stati Uniti, nell’armamento del terrorismo fondamentalista.

Il problema delle armi è affrontato anche nell’ormai classico film Marvel Iron Man: il magnate Tony Stark è in Afghanistan per una dimostrazione missilistica, viene ferito da un attacco di un gruppo di terroristi che, ironia della sorte, utilizzano proprio le armi prodotte dalla sua compagnia. Egli, catturato dall’organizzazione terroristica fittizia dei Dieci Anelli, inizia un percorso di redenzione che lo condurrà a diventare l’eroe amato da tutti e a riconvertire la sua industria a scopi pacifici le Stark Industries. Il blockbuster di John Favreau può essere considerato un tentativo lodevole di utilizzare un film di genere per affrontare un discorso più ampio.

La guerra in Afghanistan è sì una guerra lunga ma, come abbiamo visto, una guerra di cui ci si dimentica molto presto. Lo vediamo in Whiskey Tango Foxtrot di Glen Ficarra e John Requa, dove la giornalista televisiva Kim Baker, interpretata dall’ironica Tina Fey, si fionda in Afghanistan nel 2003, proprio quando la guerra era passata in secondo piano, per concentrarsi sullo scenario iracheno. Se all’inizio le cose vanno per il meglio e i reportage che offre giornalista hanno un discreto successo, sempre meno persone sono disposte a seguire le notizie giorno per giorno di una guerra che ormai non interessa più a nessuno e che è “scomoda” perché il pubblico non capisce che cosa ci stiano a fare là i soldati, privi di risorse e motivazione. I pezzi forte del film sono l’ironia e il sarcasmo, tuttavia la pellicola non manca di sottolineare il dramma di Kim che ha il privilegio, in quanto “donna bianca newyorkese”, di aver potuto scegliere di stare in un luogo di morte solo per fuggire dalla sua vita monotona: per rimanere però deve entrare in competizione con i suoi amici-colleghi nel rincorrere sempre la notizia del secolo, che faccia audience, in una dinamica che metterà in pericolo la sua vita e come ricorda un personaggio del film, che è molto simile ad una tossicodipendenza.

Un altro film, bizzarro ma interessante, che ha come tematica la “guerra dimenticata”, è War Machine di David Michôd dove un Brad Pitt sopra le righe parodizza il generale Stanley McChrystal (qui McMahon) comandante delle forze militari in Afghanistan. Il militare è presentato come un uomo tutto d’un pezzo, illuso di poter vincere la guerra conquistando “i cuori e le menti” della popolazione, vorrebbe avere tutti i mezzi e gli uomini necessari che la politica, il presidente Obama in primis, non gli fornisce. L’obiettivo per Obama è ristretto, è l’eliminazione della minaccia di Al-Qaeda e, come avviene nel 2013, Osama Bin Laden: ormai il popolo americano è stanco di vedere soldati al fronte. Il generale è solo, nemmeno il presidente afghano Karzai è interessato alle sorti del suo paese e dopo un rapporto segreto finito sui giornali e dopo aver concesso un’intervista critica sull’amministrazione Obama a Rolling Stone, McMahon/McChrystal viene rimosso dall’incarico: un eroe caduto ma anche un uomo fuori dal tempo e vittima delle sue ambizioni.

Quelli nominati sono solo alcuni dei film ambientati in Afghanistan e probabilmente non sono nemmeno i più importanti o i più belli: diversi film-documentari (Restrepo, Taxi to the Dark Side) sono inchieste aderenti ai fatti e molti altri film più famosi descrivono la vita quotidiana (Il cacciatore di aquiloni) o la realtà di una guerra (The Lone Survivor) che da 18 anni è un conflitto semi-dimenticato, “normalizzato” nelle nostre menti, che esiste dal 2001 (o dal 1979?) e che siamo abituati a pensare ci sarà sempre.