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6 agosto 2018

Immagini della bomba: Hiroshima e Nagasaki dal Giappone al mondo

di Matteo Marinello
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Immagini della bomba: Hiroshima e Nagasaki dal Giappone al mondo

Il 6 agosto 1945 la prima bomba atomica fu sganciata da un aereo statunitense sulla città di Hiroshima; il 9 agosto, un secondo ordigno cadde sulla città di Nagasaki, provocando tra le centomila e le duecentomila vittime nel totale dei due attacchi.
L’imperatore Hirohito, una settimana dopo, dichiarò la resa: l’impensabile era accaduto, l’impero che si considerava invincibile e destinato a dominare il pacifico si ritrovò sconfitto. Le forze di occupazione americane imposero una costituzione democratica e all’imperatore fu concesso di rimanere sul trono, ammesso che rinunciasse al suo status divino (l’autenticità del gesto è ancora dibattuta), come se la “divinità” fosse un ufficio governativo dal quale, come in occidente, ci si può dimettere con una firma. Inutile dire che le ripercussioni culturali furono molto forti, per un paese che dalla seconda metà dell’Ottocento aveva fatto dell’orgoglio nazionalista il carburante di un imponente sviluppo economico e militare.

Si può dire che dalle macerie di Hiroshima e Nagasaki nacque un nuovo Giappone, ma le continuità con il periodo precedente non sono da sottovalutare, visto che il nazionalismo del paese non era stato del tutto sconfitto. Ai giapponesi fu imposto, infatti, lo scioglimento dell’esercito, ma scelsero di riscattarsi nuovamente tramite la via economica, in un contesto caratterizzato da una fusione di vecchio e nuovo: il senso della tradizione, del dovere verso la nazione, l’importanza dei riti e della cultura autoctona si unirono ad una nuova vocazione “occidentale”, con il diffondersi dei valori consumistici e con la collocazione politica filo-americana contro i comunismi. Dunque, le parole per riassumere la storia giapponese nella seconda metà del Novecento potrebbero essere queste: la vicenda, unica al mondo, di una popolazione che ha subito sulla propria pelle gli effetti dell’arma di distruzione di massa definitiva, ma che seppe ritrovare la speranza e la forza per andare oltre la semplice ricostruzione e ritornare al tavolo delle grandi potenze, tutto con costi umani, culturali e sociali immensi, le cui conseguenze sono evidenti ancora oggi.

Questo è il Giappone che oltre a diventare leader nel settore automobilistico, darà vita, nel campo dell’intrattenimento, alle industrie dei manga e degli anime come le conosciamo oggi, ad una cinematografia prolifica e imitata nel mondo di cui Akira Kurosawa divenne il simbolo, ma soprattutto a giganteschi conglomerati come Sony, leader nel settore dell’intrattenimento: l’immensa corporation ha sviluppato assieme a Phillips la tecnologia dei DVD e dei Blu-Ray e ha riempito i salotti di tutto il mondo con televisori, impianti audio, console di videogiochi, ma produce e distribuzione anche film nelle sale, sin dall’acquisto della prestigiosa Columbia Pictures alla fine degli anni ’80. Dopotutto, l’aggettivo “giapponese”, accostato ad un prodotto, è diventato sinonimo di “qualità”, anche se a volte può voler dire “bizzarro”, specie in riferimento a diversi programmi televisivi e pubblicità, che vengono percepiti in Europa e in America come prodotti esagerati e non-sense.

Non è da sottovalutare il lascito delle tragedie di Hiroshima e Nagasaki nel cinema e nella cultura popolare del paese: il terrore dell’atomica, ad esempio, venne proiettato nella creatura Godzilla, furia distruttrice potenziata dalla sperimentazione nucleare umana. La cupezza e le tematiche del primo film del 1954 piombarono su una memoria collettiva ancora travagliata dalla vicenda recente, tentando di fare i conti con una paura mai scomparsa nel paese. Facendosi strada tra sequel, remake, rimontaggi e riedizioni, nel caso riusciste a recuperare la pellicola così come era stata concepita originariamente, vi troverete davanti ad un’esperienza molto interessante.

Arriviamo ad altri quattro film che possono essere interessanti per riflettere sulla guerra e sulla pace, sulla distruzione e sulla ricostruzione, ma anche sul significato che l’atomica ha avuto nell’immaginario collettivo dopo la Seconda Guerra Mondiale, per tutto il periodo della Guerra Fredda.

Hiroshima Mon Amour è il capolavoro di Alain Resnais del 1959, un’opera appartenente alla corrente francese della Nouvelle Vague che narra la storia di un amore passionale tra un’attrice francese e un architetto giapponese sullo sfondo di Hiroshima ricostruita 14 anni dopo l’attacco. La città tenta di superare il trauma del passato tramite la sua trasformazione in un museo a cielo aperto, dove si girano film sulla pace e si ammirano i pochi edifici rimasti in piedi, ma la ferita è ancora evidente: da una parte la protagonista si identifica, per il suo passato tragico, con la città, che proprio come lei ha una storia di morte e sofferenza da cui non si può sfuggire; dall’altra, per tramite dell’architetto, si innamora di Hiroshima associandola alla città francese della sua giovinezza, Nevers, dove ha vissuto il suo primo amore proibito.

Questo film introspettivo non rinuncia però a lanciare un messaggio universale: ciò che è avvenuto Hiroshima è un monito che rischia di essere dimenticato, se è stato per il resto del mondo “la fine della guerra è stato anche “l’inizio della paura e dell’indifferenza“.

Qualche anno dopo arriva un altra pellicola che ha come tema il rapporto tra amore e morte, che però viene affrontato in maniera ironica ed esilarante, essendo una satira di ciò che avviene con la Guerra Fredda e la sua corsa agli armamenti: questo film è Il Dottor Stranamore (1963) di Stanley Kubrick, il cui sottotitolo, Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, descrive la tensione perversa che lega gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica alla potenza del nucleare. Le due superpotenze in questo atteggiamento si riconoscono come simili e danno vita ad un rapporto quasi erotico quando il gesto di un folle, spinto da disagi sessuali, minaccia di cancellare l’intera umanità.

Il terzo film da recuperare è La tomba delle Lucciole, un film d’animazione dello Studio Ghibli del 1988, che narra la tragedia di due bambini giapponesi, fratello e sorella, che cercano di sopravvivere alla guerra. È un ritratto aspro e impietoso del conflitto, della perdita di identità e sicurezza che colpisce i più vulnerabili: i grandi avvenimenti sono lasciati in disparte per affrontare una “storia dal basso”, una vicenda privata che riflette la condizione di molti in quei giorni difficili.

Infine, l’ultima proposta riguarda una delle pellicole più belle e meno citate di Steven Spielberg: L’impero del Sole (1987), tratto dall’omonima autobiografia di di J. G. Ballard.

Il piccolo Jim, interpretato da un giovanissimo Christian Bale, è un membro di una comunità inglese residente in Cina e subisce sulla sua pelle l’invasione Giapponese di Shangai, la prigionia ed una serie di peripezie. Da lontano, assiste anche all’esplosione di una delle due bombe, credendo ingenuamente che la luce sprigionatasi nel cielo sia lo spirito della donna che gli è appena morta tra le braccia. Jim subisce vicende orribili, ma in tutto questo non riesce a vedere amici o nemici, mentre due culture si scontrano non rinuncia a tentare l’incontro, grazie alla sua ingenua e sincera passione per gli aeroplani: in una delle scene più potenti del film, Jim nel campo di prigionia e dedica un inno, la ninna nanna gallese Suo Gân, ai piloti giapponesi che vede prepararsi al decollo.

Un messaggio di fratellanza, quello dell’Impero del Sole, che oggi può risultare (a torto) stucchevole, ma che non non affatto era scontato per l’epoca: tra gli anni ’80 e ’90, infatti, l’ostilità degli Stati Uniti nei confronti del Giappone tornava a farsi sentire, anche con toni velatamente razzisti e xenofobi, soprattutto per il fatto che gli americani si sentivano minacciati da questa economia dinamica che ritenevano dovesse essere subordinata alla loro.