Approfondimenti

18 ottobre 2017

La battaglia dei sessi e la Hollywood degli scandali

di Marco Rizzini
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Da oggi, 19 ottobre, al cinema troveremo La battaglia dei sessi.

Il titolo dovrebbe ricordare la denominazione televisiva con cui venne definito l’incontro di tennis tra un campione di sesso maschile ed una campionessa femmina, portato all’estremo dai media americani nella prima metà degli anni ’70. Un caso creato al tavolino? Una grande operazione di marketing come il match pugilistico tra Mayweather e McGregor? Chissà, non c’ero. Di certo il film ci racconta – da quel che vedo nel trailer – di una Emma Stone alla scoperta di se stessa e della propria sessualità, pronta a vender cara la pelle per sconfiggere sulla terra rossa quello sbruffone arrogante di Steve Carrell, vendicando così l’intero emisfero femminile e dimostrando una vera uguaglianza di genere.

Purtroppo invece la pellicola sembra citare – o forse meglio appropriarsi – di un tema di attualità. Tema sulla bocca di tutti dato che proprio in questi giorni ci troviamo nel fulcro di questa calda polemica. Mi riferisco non al controverso tema del gender e della sua esasperazione, ma al tema molto più scottante relativo alle molestie sessuali nel mondo del cinema e della televisione, dove il mercimonio del corpo – spesso femminile – è una prassi purtroppo comune.

“O me la dai o non farai carriera”, sembra questo il mantra che ha sostenuto la lunga carriera di Harvey Weinstein, produttore potentissimo di Miramax e di The Weinstein Company. É l’uomo dietro a moltissimi film indipendenti di grande successo, basti pensare ai capolavori di Pulp Fiction (1994), Clerks (1994), Shakespeare in love (1998) e altre tonnellate di titoli di grido. È di recente balzato agli onori della cronaca per la sua grande passione per il sesso femminile e la coercizione basata sul suo ruolo. Giri di parole per parlare di violenze e soprusi, di prostituzione e baratto sessuale in cambio di favori e lavoro. Del famoso produttore e di questo scandalo ce ne dimenticheremo molto in fretta, vedrete. Il fato vuole che sia uno dei maggiori finanziatori del Partito Democratico americano, uno dei tanti bancomat con cui sono state pagate le campagne elettorali di Obama e della Clinton, con i quali è ritratto in tantissime foto di cene eleganti e ritrovi di bella gente intellettuale e progressista. Alla fine vedrete che verrà dichiarato innocente.

Ma torniamo al film e agli stereotipi che ancora infestano le nostre città. Le femministe lesbiche con le gambe pelose versus ottusi uomini con la pancia, la birra in una mano e la pistola nell’altra. Welcome to the United States! O forse tutto il mondo è paese? Magari meno armato.

La coppia di registi promette benissimo. Jonathan Dayton e Valerie Faris sono quelli di Little Miss Sunshine (2006) ed il film è stato scritto da Simon Beaufoy, già osannato per The Millionaire (2008).

Gli attori non hanno bisogno di presentazioni ulteriori: Emma Stone è reduce dal successo di La La Land (2016) e Steve Carrell ha già dato prova di saper far ridere ma non solo, sfiorando l’Oscar per The Foxcatcher (2014) solo qualche anno fa.

Parleremo del film dopo averlo visto, ultimo tassello di una battaglia dei sessi che difficilmente troverà una fine pacifica in tempi rapidi.