Approfondimenti

3 febbraio 2018

La tipografia nel cinema, dopo 550 anni dalla morte di Gutenberg

di Anna Pertile
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Nel febbraio 1455 la stampa della Bibbia a 42 linee in caratteri gotici venne ultimata. La tiratura di quelle 180 copie cambiò la storia della comunicazione.

Il 3 febbraio 1468 morì l’uomo a cui, con questa edizione biblica, si deve l’inizio della tecnica della stampa moderna in Europa: Johannes Gensfleisch della corte di Gutenberg, meglio conosciuto solamente come Johannes Gutenberg.

Sono passati 550 anni dalla sua morte e Gutenberg non avrebbe mai potuto immaginare quanto la tipografia sia un dettaglio importante nella vita di tutti i giorni. Troviamo caratteri tipografici su libri e giornali, ovviamente, ma li vediamo anche sugli schermi dei nostri smartphone o sulle etichette dei prodotti che compriamo.

La scelta di un font è fondamentale e può cambiare tutto, anche quando si parla di cinema. Provate a pensare ai blockbuster o ai film diventato un cult. Tutti ricordiamo le forme delle lettere nel titolo sul poster o all’inizio della proiezione e ognuno di questi ha un significato nascosto. Il taglio alto che percorre tutte le lettere di Blade Runner riprende il concetto letale di blade, ovvero lama. I vuoti in Fight Club rappresentano le parti mancanti nella memoria del protagonista. La P di Harry Potter si allunga in una saetta come quella che il mago più famoso di sempre porta in fronte. Jurassic Park è stato delineato da Chip Kidd, non un novellino che ha avuto fortuna, ma uno dei più grandi designer della storia dell’editoria americana.

Facciamo un passo indietro nella storia del cinema per percorrere le tappe che ci hanno portato ai titoli cinematografici attuali.

Agli inizi le pellicole erano mute e dunque il testo era fondamentale per spiegare gli accadimenti e per riportare i dialoghi. Con il progredire delle tecniche, diventò possibile scegliere i caratteri da far comparire. Ad esempio in Nosferatu (1922), diretto dall’avanguardista Friedrich Wilhelm Murnau, le lettere sono gotiche e appuntite proprio come i canini del vampiro protagonista.

I titoli di In seguito arrivarono i primi titoli animati e colorati. Maestro nell’utilizzare con originalità queste tecniche è stato Saul Bass, creatore dei primi titoli di testa ne L’uomo dal braccio d’oro (1955) di Otto Preminger e pioniere della tipografia cinetica nell’apertura di Intrigo internazionale (1959) di Alfred Hitchcock.

I titoli di coda divennero una regola solo negli anni ’70. In precedenza venivano utilizzati solo per film con una grande crew alle spalle, come nei musical Il mago di Oz (1939) e Mary Poppins (1964).

Con l’introduzione delle tecnologie digitali alla fine degli anni ’80, ci fu una grande rinascita del settore e anche grazie agli innovativi titoli iniziali del film di David Fincher, Se7en (1995), disegnati da Kyle Cooper.

Da qui in poi la creatività non ha avuto limiti e i titoli hanno caratterizzato i film sostanzialmente.

Ci sono registi che utilizzano titoli simili per dare un impronta personale e firmare fin da subito la pellicola. Non a caso c’è un colore che viene spesso collegato a Quentin Tarantino: il giallo che compare in tutti i suoi film o nel titoli di testa o in quelli di coda.

Parlando di giallo non si può non pensare alle introduzioni di tutta la saga di Star Wars, a quelle caratteristiche grafiche che uniscono decadi e al brivido di eccitazione che percorre la schiena dei fan quando sedendosi in sala vedono quelle lettere scorrere sullo sfondo di miriadi di stelle.
A questo proposito, sappiamo che ultimamente stanno tornando di moda gli anni ’80 come testimoniano le tendenze stilistiche di molti dei recenti film. Ma di neon e colori sgargianti abbiamo parlato in un altro articolo.
Concentriamoci invece su chi sta tentando di andare contro corrente, ottenendo risultati di qualità.

C’è Edgar Wright e il suo Baby Driver – il genio della fuga (2017) che sfrutta la semplicità per dare spazio alla musica, ma inserendo i titoli alla perfezione nella tematica trattata. Le lettere compaiono infatti divise orizzontalmente da quelli che ricordano segni di pneumatico, su un palazzo ribaltato in prospettiva e delineato da due strisce gialle che lo fanno sembrare una strada.

Il titolo di Dunkirk, ultimo film di Christopher Nolan è minimale come la sua estetica. Lettere maiuscole e con una grande distanza tra loro, lontane proprio come l’altra sponda dello stretto e la salvezza sembra per i soldati bloccati sulla spaggia di Dunkirk. La scritta non è di un colore omogeneo, ma fa trasparire l’immagine di quella sabbia e di quel mare dove la disperazione prosperava.

Nel film Split di M. Night Shyamalan ci viene proposto un titolo d’apertura sinistro e sofisticato. Si tratta della presentazione del personaggio principale affetto da disturbo della personalità multipla che viene fatta con uno sfondo oscuro e delle lettere ben definite che si ripetono e si moltiplicano.

Per concludere possiamo citare alcune parole di Vogue:“Sulla carta la tipografia ci racconta delle grandi storie. Sullo schermo le inizia e le conclude”.