Approfondimenti

7 luglio 2017

Nerve: spettatore o giocatore?

di Silvia Pegurri
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Il 15 luglio è uscito al cinema Nerve, che vede come protagonisti Emma Roberts e Dave Franco, con Ariel Schulman e Henry Joost alla regia.

Il film, come il libro scritto da Jeanne Ryan da cui è ispirato, ha come target gli “young adult”, ovvero i giovani adolescenti. Questo traspare soprattutto dalla scelta della tematica della pellicola, incentrata sui pericoli della tecnologia moderna, oltre che dalla scelta degli attori protagonisti, rispettivamente la nipote di Julia Roberts e fratello di James Franco. Un cast giovane ma non inesperto, in cui la recitazione è una dote di famiglia.

La trama
Vee, una ragazza stanca di restare nell’ombra della sua amica Sydney, decide di iscriversi a un gioco online, una specie di “obbligo o verità” senza la verità. Per la prima volta nella sua vita decide di essere una giocatrice, invece che una semplice Spettatrice. Nel corso della prima sfida incontrerà Ian, un ragazzo affascinante e spericolato, che la aiuterà nelle prove successive. Ma non è tutto rose e fiori come sembra. Nonostante le laute ricompense siano invitanti, le sfide si fanno sempre più pericolose, fino a spingersi ai confini della moralità del singolo giocatore e di tutti coloro che le stanno guardando.

Perché guardarlo
Nonostante su molti aspetti questa pellicola possa essere (giustamente) definita superficiale, non è nemmeno legittimo attaccarla a priori, come spesso succede a film con questo target. Basti pensare a Hunger Games, soprannominato ingiustamente “il nuovo Twilight”, dove la critica si soffermava sul triangolo d’amore tra i tre protagonisti, evitando di parlare delle altre numerose tematiche.
Se facessimo sempre così sorvoleremmo, anzi, eviteremmo deliberatamente, di parlare dei pregi di queste produzioni.

Siamo tutti spettatori
Nerve ha sì personaggi stereotipati e situazioni cliché, ma è anche capace di tenerti con il fiato sospeso, farti battere il cuore a mille e, senza che nemmeno te ne accorga, farti diventare uno spettatore. Perché nel momento in cui paghiamo per vederlo, che sia un biglietto del cinema o l’abbonamento a Sky, non siamo diversi dagli Spettatori del gioco descritti nel film.
Le persone sullo schermo ci appaiono disumanizzate, le situazioni ci sembrano estranee, e più sono violente o spaventose per i personaggi, più ci piacciono. Diventiamo come spettatori in un’arena romana, che guardano da lontano le vittime combattere, senza sentire alcun tipo di empatia: più sangue significa più divertimento. Paghiamo per vedere le loro sofferenze, per avere un’esclusiva nella loro vita privata e per sapere che cosa provano. Viviamo le loro esperienze attraverso il filtro dello schermo, terribilmente lontane e allo stesso tempo vicine, in un processo di catarsi che alla fine ci lascia inevitabilmente con un misto di euforia e di amaro in bocca.

La privacy è un gioco
Ma non è solo questo aspetto a colpire del film, ma anche quello più “ovvio” della questione della privacy e di come rinunciamo a questa per il gioco. Una tematica che nel libro è ripresa più volte, e che il film ha saputo rendere alla perfezione. Nel momento in cui ci si iscrive a Nerve nulla è più privato. Nemmeno i sentimenti vengono risparmiati, con cui i personaggi sono costretti a giocare in una maniera perversa, quasi sadica, per l’intrattenimento della folla.
Attraverso le pagine dei social network, i cookies e le mail, Nerve prende il controllo della loro vita, finché i giocatori non diventano di fatto proprietà degli sviluppatori del gioco.
È quindi una metafora, potente anche se forse un po’ scontata, di certi aspetti della nostra vita moderna, della nostra sete di notizie in tempo reale e di un intrattenimento sempre più spericolato e pericoloso.

In definitiva, un film sì leggero su molti punti, ma che non sarebbe giusto definire spazzatura o banale.