Approfondimenti

22 febbraio 2019

Niki Lauda, un campione moderato

di Alice Marinello
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Scrivi Niki Lauda e leggi velocità, passione, determinazione, ma anche meticolosità, professionalità e dedizione.
Sono le caratteristiche perfette se vuoi laurearti tre volte campione del mondo di Formula 1 come lui, Andreas Nikolaus Lauda, che oggi compie 70 anni.

Austriaco, Niki Lauda nasce in una famiglia benestante, con un padre banchiere che vorrebbe vedere il figlio ricoprire il suo stesso ruolo, ma lui preferisce le automobili…
E sì, dai, perché non c’è uomo sulla Terra che non vorrebbe provare l’ebbrezza di sfrecciare a più di 300 km/h sul tracciato di Monza, il tempio della velocità.

Oggi, con tutte le norme sulla sicurezza dei piloti e le avanguardie tecnologiche montate sulle monoposto di Formula 1, a Hamilton, Vettel e colleghi potrà sembrare di essere seduti comodi comodi sul divano di casa, con in mano il joypad della Playstation e affianco la ciotola dei pop corn. Oggi.
Ieri no. Ieri, se facevi il pilota eri considerato un suicida, un pazzo che sfidava la sorte a rischio della vita. Fare il pilota era una scelta di vita, la scelta di mettere in gioco la propria vita ogni giorno.

Nel 1976 Niki Lauda ebbe un coraggio spropositato a salire sulla sua Ferrari dopo soli 42 giorni dal tragico incidente al Nürburgring. Le vetture non erano affatto solide, vere e proprie “bare con le ruote”, come le chiamavano i piloti stessi, forse per esorcizzare il rischio mortale che correvano ogni volta che indossavano quel casco.
Ma era il Gran Premio di Monza, la gara di casa per il Cavallino, e Niki doveva difendere il titolo di campione del mondo e il vantaggio sul rivale di sempre: James Hunt.

Lauda non è mai stato un pilota avventato, determinato sicuramente, ma molto freddo e deciso qualora le condizioni della pista non consentissero un regolare svolgimento della gara. Per questo motivo non ha mai destato troppa simpatia tra i tifosi Ferrari: grande calcolatore, ha sempre studiato a tavolino ogni gara, senza lasciare nulla al caso, laddove Hunt ha cercato di sopperire con l’istinto e il talento.

Come è noto, gli opposti si attraggono e questa rivalità tra i due campioni ha toccato anche un regista che fino a quel momento non si era mai interessato alle corse.
Nel 2013 Ron Howard non ne sapeva veramente nulla di monoposto, propulsori e aerodinamica, ma sapeva che un biopic di due grandi sportivi, rivali ma amici, e delle vicende che li resero protagonisti di una delle stagioni automobilistiche più avvincenti di sempre, avrebbe sicuramente colto il favore del grande pubblico.

Rush è una pellicola di due ore, scaltra, dinamica, senza pause, dove ogni fatto segue scattante il precedente per annunciare il successivo momento di pathos. Perché questo è il film di Howard: un susseguirsi dei momenti topici che hanno visto protagonisti Niki Lauda, interpretato da un Daniel Brühl davvero somigliante, e James Hunt, di cui Chris Hemsworth porta alla luce – senza doversi impegnare molto direi – il suo animo di tombeur de femmes che si gode la vita tra alcool, fumo e motori.

Se Howard da più importanza all’aspetto antropologico del dualismo Lauda-Hunt, mettendo a fuoco le parole e gli sguardi che i due si lanciano – cosa per altro ben riuscita solo grazie al talento e all’immedesimazione di Brühl e Hemsworth – lasciando così in secondo piano gli aspetti tecnici dell’automobilismo, i momenti di maggiore tensione si hanno comunque in occasione di due gare.

Il primo riguarda l’incidente nel Gran Premio di Germania in cui Lauda ha rischiato di perdere la vita quando, dopo aver perso il controllo della propria vettura, si schiantò e la sua auto prese fuoco intrappolandolo per minuti lunghissimi. Un fatto che l’ha segnato a vita, ma che lo ha presto spinto ha rimettersi alla guida della Ferrari.

Il secondo episodio invece è tra le scene finali di Rush e coincide con la gara decisiva per l’assegnazione del titolo iridato, a Lauda o a Hunt. È una gara bagnata, ai piedi del monte Fuji diluvia, ma la riunione dei piloti decide di gareggiare ugualmente su insistenza di Hunt. È l’unica speranza per il pilota inglese di conquistare il titolo. Le luci si spengono e il GP del Giappone inizia: James è secondo, Niki è terzo, ma la pioggia cade insistentemente e Lauda decide che non è il caso di proseguire, ha già rischiato abbastanza e comunque ha ancora qualche punto di vantaggio su Hunt. Si ritira mentre il rivale prosegue senza vedere nulla della pista che ha di fronte: deve solo arrivare terzo ora che Lauda è fuori dai giochi… il resto è storia.

Niki Lauda è stato un indiscusso campione e protagonista della Formula 1 vera, quella “guidata”, dove il pilota non deve solo spremere il 100% dalla sua monoposto, ma è egli stesso parte della meccanica, con il suo peso e la sua abilità tecnica, oltre che con il talento.

L’ultimo grande pilota sulla scia di Lauda che vale la pena ricordare è Michael Schumacher: entrambi ferraristi, avevano in comune il medesimo attaccamento al “settaggio perfetto” e la capacità di realizzare il giro veloce. Forse “Schumi” era più estroso in gara, pronto a fintare all’interno per concludere magistralmente il sorpasso all’esterno; mentre Niki era solito dire che per guidare una Formula 1 servisse il “sedere”, ovvero la giusta sensibilità, per essere un tutt’uno con la macchina, per poter accelerare sempre, ma anche saper frenare quando era il momento e il caso di farlo.