Approfondimenti

15 giugno 2018

Nixongate: il mito tra storia e cinema

di Matteo Marinello
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Nel 1981, alla domanda su chi fosse l’Imperatore galattico comparso nei suoi film, George Lucas rispose che non era un Jedi, ma “un politico. Il suo nome era Richard M. Nixon, ha rovesciato il Senato, ha fatto un colpo di stato, è diventato un imperiale ed era molto malvagio. Però faceva finta di essere un bravo ragazzo”.

Il presidente Nixon, o “Tricky Dick” come amava chiamarlo lo scrittore Philip Roth, è diventato il simbolo della corruzione, dell’abuso di potere, dello scandalo. Anche i più critici ricordano che la sua apertura alla Cina comunista fosse stata grande un successo, ma nessuno può prescindere dalla pesante ipoteca che il cosiddetto “caso Watergate” ha avuto sulla eredità politica.

Nixon aveva vinto le presidenziali nel 1969 con promesse molto rassicuranti: una politica estera realista, un ritiro onorevole dal Vietnam, ma soprattutto il ritorno di legge e ordine dopo la complessa stagione delle proteste sociali. La sua vittoria disilluse molti di coloro che speravano in un cambiamento radicale della società americana, ma anche i più conservatori iniziavano a percepire una crisi di egemonia e di valori.

Infatti la cultura popolare statunitense e l’immaginario collettivo degli anni ’70 erano pervasi da una sensazione di malessere generale, che ebbe origine nei mutamenti economici di quegli anni. A Nixon capitò di essere presidente e da allora divenne l’archetipo di tutto ciò che non andava in quell’epoca: certo, questo non vuol dire che non avesse fatto nulla per diventare così famigerato, anzi, con le sua azioni contribuì irreparabilmente a far crollare la fiducia nelle istituzioni.

Nella notte fra il 16 e il 17 giugno 1972 vennero arrestati cinque individui che stavano collocando delle apparecchiature per intercettazioni negli uffici del Comitato Nazionale del Partito Democratico all’hotel Watergate di Washington. Il presidente, visto il coinvolgimento dei suoi collaboratori, cercò di fare pressioni sull’FBI per insabbiare l’indagine: ciò provocò la reazione del congresso che avviò una procedura di impeachment per abuso di potere e intralcio alla giustizia, con inchieste che svelarono, in una sorta di reazione a catena, diversi episodi di corruzione, di persecuzione di avversari politici e altre azioni illegali compiute dal lui e dalla sua cerchia più stretta. Le prove contro Nixon erano schiaccianti e il 9 agosto 1974 rinunciò volontariamente alla carica, con la sicurezza di essere graziato dal suo successore.

La grande conquista, l’apertura alla Cina maoista, e la caduta, il Caso Watergate, sono accostati in maniera ironica nel film Forrest Gump di Robert Zemeckis.
“Eravamo i primi americani che visitarono il paese della Cina in un milioni di anni, o cose così, e qualcuno disse che la pace nel mondo era nelle nostre mani, ma io giocavo solo a ping pong!”, dice Forrest, che dopo aver dimostrato le sue abilità davanti alla platea cinese, incontra proprio Nixon, il quale gli consiglia di alloggiare in un bell’hotel, il Watergate.

Forrest, durante la notte, dalla finestra della sua camera, vede degli uomini che vagano con delle torce elettriche in un ufficio: chiama l’assistenza, credendoli in difficoltà a causa di un blackout, ma ovviamente erano i responsabili dello spionaggio che il nostro eroe denuncia inconsapevolmente.
Non importa se la ricostruzione filmica non rispecchia i fatti: Forrest Gump rappresenta tutte quelle variabili silenziose della storia, gli individui che con azioni banali e casuali cambiano il corso degli eventi; individui che nessuno studio riuscirà mai a cogliere.

Come tutti sappiamo, il film che narra fedelmente l’inchiesta al di fuori delle stanze del potere è il classico intramontabile Tutti gli uomini del presidente di Alan Jay Pakula, del 1976, tratto dall’omonimo libro di Bob Woodward e Carl Bernstein, i due giornalisti che, interpretatati rispettivamente da Robert Redford e Dustin Hoffman, denunciarono i reati dell’amministrazione Nixon sul Washington Post.

Se invece si preferisce qualcosa di meno ottimistico e più inquietante, in un altro universo Woodward e Bernstein sono stati messi a tacere per sempre e Richard è ormai al quarto mandato da presidente e regna su un’America corrotta, sporca e crudele: siamo nell’universo creato da Alan Moore per la stupenda graphic novel Watchmen, dalla quale è stata tratta la pellicola di Zack Snyder.

Nel corso degli anni, un uomo spesso accusato di indossare numerose maschere, è stato interpretato da diversi attori supportati dal lavoro di molti registi, sceneggiatori e truccatori. Una delle analisi cinematografiche più complete sul presidente arriva dal film Gli Intrighi del Potere (solo Nixon nel titolo originale) di Oliver Stone: vengono presentati tutti i tic, i vizi e i disagi fisici e psicologici, le manie di persecuzione che convivono in un personaggio grottesco ma allo stesso tempo incredibilmente umano, interpretato da Anthony Hopkins.

Egli è attratto da diverse polarità: da una parte c’è il modello, Lincoln, nel quale vorrebbe trasfigurarsi e grazie al quale giustifica ogni suo atto, dall’altra c’è la nemesi, Kennedy, il quale ha sconfitto Nixon nelle presidenziali del 1960 e che rappresenta tutti i privilegiati che non hanno dovuto costruirsi la propria strada con fatica, come Nixon rivendica sempre di aver fatto. Emblematica è la scena dove parla al quadro raffigurante JFK: “Quando guardano te, vedono ciò che vogliono essere. Quando guardano me, vedono ciò che essi sono”.

Nixon cerca di imitare un po’ Kennedy e un po’ Lincoln, ma diventa una tragica parodia di entrambi. La visita in Cina è per lui l’incontro con il diavolo, Mao Zedong, che però è anche il faccia a faccia con il male che è dentro di lui: “lei è malvagio tanto quanto me” gli dice il presidente cinese. Le molteplici facce di Nixon ci vengono presentate da Oliver Stone con un misto irregolare e apparentemente arbitrario di tecniche cinematografiche: il montaggio, spesso frenetico, unisce filmati di repertorio, scene recitate e più convenzionali, parti girate a mo’ di mockumentary, in un’alternanza tra colore e bianco e nero, a cui si accompagna un ulteriore frammentazione sul piano temporale che (ci) presenta i “tanti Nixon” che si sono succeduti dall’infanzia alla caduta: quale sia il “vero” Richard M. Nixon sta a noi deciderlo.

L’altro grande film sulla figura di Nixon è certamente Frost/Nixon: il duello di Ron Howard, adattamento del dramma teatrale di Peter Morgan, a sua volta ispirato alle vere interviste fatte dal conduttore televisivo David Frost all’ex presidente Nixon nel 1977. Qui Nixon ha il volto Frank Langella, che lo rende un vecchio uomo indurito, impegnato a combattere l’ultima battaglia per la sua eredità politica:“sto dicendo che se è il presidente a farlo vuol dire che non è illegale, afferma in riferimento al caso Watergate, in un tono più duro e deciso di quello del vero Nixon nelle interviste originali. Questa frase, passata alla storia, nel film sottolinea il momento in cui presidente-imperatore esprime con tutta la sua forza che quello che ha fatto lo ha fatto per la nazione: nessuno gli potrà portare via la convinzione che, per il presidente degli Stati Uniti, il fine giustifica i mezzi. Però questo è anche il momento in cui la finzione cade e Nixon si rende conto che una volta per tutte deve far emergere l’uomo che ha deluso l’America, le sue istituzioni, i suoi elettori, i giovani, assumendosi le responsabilità dei suoi errori.

Watergate, Sexgate, Clintongate, Emailgate, Trumpgate, Russiagate. Aggiungere quel gate alla fine di ogni parola significa parlare di scandalo, e tutto è partito da quell’hotel, da quella notte del 1972.

Le rappresentazioni di Nixon sono ancora popolarissime: recentemente, lo abbiamo visto in X-men: giorni di un futuro passato, in The Butler, in Elvis e Nixon è interpretato da Kevin Spacey e compare anche con intento parodico in The Nice Guys.

L’America si liberò di Nixon il presidente corrotto, ma Nixon come mito, come uomo della crisi, dell’ambiguità, come figura tragicomica al confine tra bene e male, giusto e sbagliato, parodia e orrore, continua ad affascinare cineasti, scrittori e studiosi ancora oggi, fornendo un bagaglio di simboli e riferimenti insostituibili per la cultura popolare e il discorso pubblico attuale.