Approfondimenti

16 agosto 2018

Speciale Viaggio: in Abcasia con Tangerines

di Marco Rizzini
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Tangerines piacerà a tutti e non solo a chi è appassionato di storia o geopolitica.

Sono tra i pochi ad esser stato fisicamente in Abcasia. La cosa che più mi colpì fu il silenzio dei suoi boschi e delle sue strade. Non che la capitale Sukhumi brillasse comunque per luci e cotillons, sia chiaro, ma appena attraversato il ponte che divide de facto la regione ribelle dalla Georgia, dopo essermi lasciato alle spalle le milizie russe, il silenzio e la mancanza di qualsiasi rumore facevano quasi paura. Immaginavo i paesini arroccati nei boschi e pensavo a questo breve ma sanguinario conflitto di inizio anni ’90, crudele e meschino come sanno essere solo le guerre civili ed etniche.

Di quel lembo di terra georgiano che pensava in russo e che russo voleva rimanere, non si sapeva quasi nulla. Qualche mese fa con mio sommo stupore mi capitò per le mani Tangerines, un film del 2015 che raccontava di questi tristi eventi e che era stato candidato come Miglior Film Straniero sia all’Oscar che al Golden Globe. Sono stato fortunato.

Tangerines è un film delicato, un film di guerra dove i morti sono pochi e dove la morte rimane sullo sfondo. Non per questo fa meno paura e non per questo risulta più leggero, anzi.

Racconta di una enclave di estoni filorussi che ormai si è svuotata a causa della guerra civile. L’URSS è collassata ed il suo infinito impero di popoli diversi non è più in pace. Sulle rive del Mar Nero, l’Abcasia non vuole essere Georgia perché è popolata da russi etnici che vogliono rimanere fedeli a Mosca ed alla loro lingua, cultura e tradizione. Scoppia una guerra civile, dove il sangue scorre e la gente muore. Il vecchio Ivo non vuole lasciare questo paese bellissimo e vuole aiutare l’amico nell’ultimo raccolto di mandarini, prima di riparare in Estonia raggiungendo la sua intera comunità.

Anche se ti nascondi e non vuoi problemi, la guerra bussa comunque alla tua porta: questo film racconta proprio questa storia. Certo, poi sei tu a vivere secondo le tue regole e se il fato ti porta sotto il tuo tetto due feriti dei diversi schieramenti belligeranti – un volontario georgiano e un mercenario ceceno filorusso – tu puoi fermare la spirale dell’odio o almeno provarci. Ed è quello che fa l’ottimo Lembit Ulfsak, attore protagonista della pellicola girata dal georgiano Zaza Urushadze. Che il regista sia di passaporto georgiano, in una storia dove l’umanità le ragioni dei russi emergono – o almeno non vengono definiti come i cattivi assoluti – è qualcosa da rimarcare. Chissà se avremo presto dei film non russi che racconteranno dell’annessione della Crimea con la stessa onestà intellettuale bipartisan, prendendo in considerazione il fatto che un popolo possa scegliere di non diventare minoranza in una nazione che non sente sua e di cui si è trovato a farne parte per un caso della storia.

Volete viaggiare in Abcasia? Non è semplicissimo e serve esser pronti all’avventura. Però è possibile, per i più temerari. Raggiungete Kutaisi in aereo e poi da lì prendete una maršrutka – un taxi condiviso – verso il confine.

Ricordatevi di registrarvi prima sul sito del Governo abcaso, dove dovrete dichiarare i giorni di permanenza. All’epoca del mio viaggio era vietato fermarsi per più di 48 ore.

In Abcasia si parla in russo e si mangia l’ottima carne georgiana sotto forma di grigliata o di grande spiedo caucasico-asiatico, il famosissimo shashlik.

Vabbè, ricordatevi anche che questa nazione non è riconosciuta dall’Italia e da quasi nessun altro paese al mondo. Se avete voglia di approfondire, potete leggere un mio reportage dall’Abcasia su Eastwest.

PS: il primo che organizza un addio al celibato a Suckhumi si guadagnerà la mia stima imperitura.