Approfondimenti

25 febbraio 2016

Stop (e)motion: come si animano le emozioni?

di Giulia Sambo
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Stop (e)motion: come si animano le emozioni?

Come si animano le emozioni? La domanda sorge spontanea leggendo la trama di Anomalisa, film di Charlie Kaufman e Duke Johnson interamente realizzato con la tecnica stop motion. Incuriositi abbiamo deciso di intervistare due professionisti del settore, due eccellenze italiane che hanno trasformato in lavoro la loro passione per l’animazione. Ecco che cosa abbiamo scoperto.

DADOMANI: “Si prova ad immaginarle in testa sotto forma di movimento, recitazione, luce e atmosfera. Poi si realizzano”.

È questo il segreto secondo Leonardo Ponzano, director e set designer di Dadomani – studio creativo milanese fondato nel 2007 da quattro ragazzi con background diversi. Nightmare before Christmas e, come aggiunge il collega Francesco De Meo, “l’idea di poter realizzare in piccolo qualcosa di grande” hanno fatto innamorare Dadomani della stop motion. Dalla pubblicità alla televisione (passando per il cinema) Dadomani sviluppa progetti animati a 360 gradi puntando su movimento, luce e design – le tre caratteristiche di un lavoro di qualità. La stop motion dà un’anima alle cose. La tecnica del passo a uno, in cui “immagini statiche in sequenza creano la magia del movimento”, richiede tempi lunghi ed una progettazione molto approfondita. Gli step sono, in ordine: l’individuazione dell’idea, la stesura di uno script, una bozza di storyboard e animatic, lo studio di scenografia e design dei personaggi, la realizzazione di ambienti e personaggi, lo shooting (circa otto secondi al giorno di girato). “I brand usano la stop motion perché hanno bisogno di distinguersi, di essere differenti – spiega Ponzano – La stop motion fa al caso loro perché è come un’impronta digitale, una tecnica artigianale il cui strumento più importante sono le mani”. Cinema o pubblicità, che cosa dà più soddisfazioni? “La pubblicità è una palestra continua, in cui è possibile sperimentare diverse tecniche e stili. Ma i lavori sono sempre legati ad un prodotto, un aspetto che personalmente non amo molto – conclude Ponzano – Il cinema invece, per l’esperienza che abbiamo vissuto noi, è più immersivo e dunque trovo sia più appassionante”.

MOONCHAUSEN: “Tutto deve essere un po’ più marcato come si faceva nel cinema muto, ma semplificando l’azione e dunque la leggibilità delle emozioni. A volte basta muovere le sopracciglia di un personaggio per vederlo passare in un attimo dal riso al pianto”.

Parola di Moonchausen, “fabbrica” creativa specializzata in stop motion, che attinge alle idee di Marco Varriale e Lulù Cancrini. Il primo, di Novara, è diventato animatore stop motion nel giorno in cui è riuscito a pensare come una marionetta; la seconda, di Roma, è una filosofa che preferisce la materia ai concetti astrusi. Secondo Moonchausen la stop motion è il mezzo ideale per comunicate emozioni grezze, ricche e inelaborate. Dal loro punto di vista questa tecnica suscita lo stesso fascino dei giochi di prestigio, “la magia del trucco che si sa che c’è, ma proprio perché si sa è meraviglioso lasciarsi andare alla magia procurata dal non riuscire a vederlo”. La fluidità delle animazioni, l’espressività dei pupazzi, la bellezza delle scenografie e l’illuminazione sono gli elementi alla base di un lavoro di qualità. Il primo aspetto dipende da un equilibrio delicatissimo, quello tra lo scarto di posizione e la capacità dell’oggetto di rimanere immobile per la durata dello scatto. Moonchausen, pur sottolineando che per ripetere un’inquadratura in stop motion potrebbero volerci giorni, rivela che è proprio l’immaginazione a giocare un ruolo fondamentale: “Non ci sono né regole né limiti all’immaginazione e le possibilità sono potenzialmente infinite. Gran parte del fascino di questa tecnica di animazione risiede proprio nella ricerca del trucco che possa generare l’effetto voluto”. Alla domanda sul perché oggi la stop motion piace così tanto, Moonchausen risponde “è la rivincita della materia sull’eterea incorporeità di certe creazioni”.