Approfondimenti

20 febbraio 2019

The Front Runner: Gary Hart, il democratico Atari

di Matteo Marinello
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Il 21 febbraio uscirà nei cinema italiani The Front Runner, dove Hugh Jackman interpreta il senatore americano Gary Hart.
Il film racconta dello scandalo sessuale in cui è stato coinvolto il senatore nel 1987, che lo porterà a interrompere la sua corsa verso la presidenza degli Stati Uniti.

A noi, il nome di Gary Hart non dice molto, ma in America, specialmente negli anni ’80, era uno dei membri più promettenti del Partito Democratico, per molti il candidato ideale alla presidenza.

Fu eletto senatore del Colorado nel 1974 e nel 1983 annunciò di voler cercare la nomination democratica per le presidenziali del 1984. All’inizio, grazie al suo appeal che ricordava a molti un redivivo Kennedy, alla sua insistenza su “nuove idee” senza apparire al contempo troppo ideologico, diventò il candidato ideale per molti indipendenti, per gli Yuppies (giovani professionisti urbani) e per coloro che cercavano un nuovo volto per il Partito Democratico.

Egli condusse una campagna anti-establishment, denunciò il suo avversario alla nomination, l’ex vicepresidente Walter Mondale, come “ostaggio degli interessi speciali” e attaccò più volte la burocrazia del partito e le sue pratiche clientelari.
Inoltre, Hart era un candidato relativamente giovane (aveva 46 anni) e si riconosceva nel gruppo degli Atari Democrats, legislatori fiduciosi nella transizione verso un’economia basata sull’emergente industria informatica e high tech.

Alla fine, Hart vinse le primarie in molti stati e arrivò vicino alla nomination, ma non riuscì a conquistarla: a causa dell’inesperienza del suo staff e della grande pressione per una corsa alla presidenza molto impegnativa, commise diversi errori politici e comunicativi. Per il suo carattere riservato, poi, non era a suo agio nel discutere della sua vita personale, cosa che anche in futuro giocherà a suo sfavore.

 

Nel 1984, quindi, per battere il popolarissimo presidente in carica Ronald Reagan, i democratici respinsero Hart e scelsero la vecchia politica rappresentata da Modale, che perse le elezioni aprendo la strada ad un secondo mandato reaganiano. Hart comunque condusse una campagna molto importante e diventò il favorito, il front runner, per le elezioni successive.

Così, nel 1987 annunciò la sua candidatura in vista delle presidenziali del 1988 ma si ritirò pochi mesi dopo, a causa di uno scandalo sessuale, sorto da un’inchiesta del Miami Herald, che lo vedeva coinvolto in una relazione extraconiugale con Donna Rice. La notizia fu rilanciata dai maggiori quotidiani e tabloid del paese, scatenando un dibattito attorno alla sua vita personale. Gran parte dell’elettorato riteneva che la stampa fosse stata ingiusta nei suoi confronti, ma Hart si ritirò comunque: affermò che il suo messaggio politico era stato inquinato e che non poteva sottoporre ulteriormente la sua famiglia alle pressioni e alle intrusioni di una certa stampa interessata più a “dissezionare” la vita privata di un candidato che al suo messaggio.

Hart rientrò nella corsa nel dicembre del 1987, ma era troppo tardi, erano emerse nuove indiscrezioni sui suoi debiti insoluti e i democratici erano andati oltre: Michael Dukakis vinse la nomination democratica, ma venne comunque sconfitto dal vice di Reagan, George H. W. Bush.

La vicenda di Hart, in generale, è uno dei tanti episodi dove lo scontro tra stampa e politica ha assunto dei contorni sgradevoli: il politico, come sempre, denuncia la stampa per le sue intrusioni, tuttavia, in questo caso, è difficile non solidarizzare con Hart, figura di estremo interesse che non meritava un accanimento morboso per le sue scelte (anche sbagliate) personali.

Con l’uscita del film di Jason Reitman, lo scandalo è stato nuovamente oggetto di dibattito, sono sorte delle ipotesi di complotto nei confronti di Hart a cui sono corrisposte delle smentite.
Resta il fatto che un candidato più ambizioso e disposto a tutto, anche a cavalcare gli scandali pur di arrivare alla presidenza, sarebbe dovuto ancora arrivare, ma quella di Bill Clinton è un’altra storia.