Approfondimenti

3 febbraio 2018

The Post: una verità scomoda

di Sumana Rana
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La pellicola a cura del maestro Steven Spielberg che vanta nel cast icone quali Tom Hanks e Meryl Streep è già candidato a due premi Oscar e sei candidature ai Golden Globe. Una trama in cui scelta morale ed etica si alternano in una sfida contro le istituzioni volta a garantire la libertà di informazione e di stampa.

Ed ecco in primo piano lei, Katharine Graham, prima donna al timone di un giornale prestigioso, il Washington Post, decisa sia a portare alla luce ciò che quattro Presidenti hanno nascosto e insabbiato per anni a rischio della propria carriera, svelando strategie, menzogne e omicidi di massa commessi nella guerra del Vietnam, sia rivendicare l’emancipazione femminile in ambito lavorativo.
Un’impresa ispirata che vede la luce dal medesimo processo di pubblicazione tentata precedentemente da un’altra testata giornalistica, il New York Times.

Un team di eroi di penna animati da una determinazione e coraggio unico in grado di rendere incalzante e avvincente quel mosaico di immagini e parole di cui la pellicola stessa è valorizzata.

Come noto, in politica come nel giornalismo, un’iniziativa presa troppo presto o troppo tardi rischia di risultare inefficace e controproducente. Nel film tutti corrono contro il tempo, a cominciare da Ben Bradlee, direttore del Washington Post, ogni volta che deve comunicare con Katherine Graham, la quale cerca invece di prendersi il tempo per riflettere, e deciderà solo quando sarà arrivato per lei il momento giusto.

Una pellicola che ritrae un avvenimento storico e mediatico indelebile.
Era il 1971 quando Ellsberg, impiegato in una società specializzata in analisi delle politiche pubbliche, consegnò a Neil Sheehan del New York Times i famosi Pentagon Papers: settemila pagine del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America che presentavano uno studio approfondito sulle strategie e i rapporti del Governo federale con il Vietnam nel periodo che va dal 1945 al 1967.

Un sondaggio d’opinione, elaborato nello stesso anno, indicò che la fiducia dell‘opinione pubblica nei confronti dell’operato del presidente Nixon era diminuita perché il pubblico americano pensava che la guerra del Vietnam fosse moralmente ingiustificabile. Il presidente, convinto che la pubblicazione di questi documenti avrebbe ulteriormente danneggiato la fiducia pubblica e la sua immagine, mandò un’ingiunzione per bloccare il processo, ma il New York Times fece appello portando il caso alla Corte suprema, che annullandola favorì la libertà di stampa garantendo al Washington Post il successo finale nell’impresa.