Approfondimenti

1 aprile 2018

Autismo nel cinema: cosa c’è di vero?

di Anna Pertile
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Oggi, 2 aprile, non è soltanto il lunedì di Pasquetta, ma è una giornata speciale. Ricorre anche la giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo.

Va celebrata quindi l’informazione e le conoscenza su questa tematica. Per analizzare stereotipi e verità sull’autismo nel cinema ci siamo fatti aiutare.

Pronta a rispondere alle nostre domande c’è stata  Mariana De Biase, Dottoressa in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione e Terapista ABA, a nome dell’Associazione Aurora. L’associazione ha lo scopo di aiutare la persona (bambino, adulto, anziano) nel conseguimento del benessere, proponendo diverse iniziative. Mariana si occupa in particolare del benessere infantile, stimolando la sperimentazione e la conoscenza di diverse tematiche presenti dai primi anni di vita fino all’età adolescenziale, tra cui anche l’autismo.

Nel film Il faro delle orche viene letta una definizione di autismo: “sindrome infantile caratterizzata dall’incapacità congenita di stabilire un contatto verbale o affettivo con le persone e dalla necessità di mantenere inalterato l’ambiente circostante”. Il dizionario Treccani utilizza termini simili, dicendo che autismo si manifesta “con profondo distacco dall’ambiente (ma con intense reazioni emotive alle variazioni di questo), indifferenza ai consueti vezzeggiamenti, linguaggio assente o comunque privo di valore comunicativo”.

Sono definizioni corrette? C’è qualcosa che aggiungeresti?

I manuali scientifici di riferimento (DSM V APA, 2013) non parlano di autismo, ma di disturbo dello spettro autistico. La parola “spettro” ci catapulta direttamente in un mondo eterogeneo, variopinto. E la bellezza dello spettro sta in questo. Non ci sono definizioni valide per tutte le persone colpite dal disturbo. Gli unici punti fermi che ci permettono di fare una corretta diagnosi stanno nella presenza di tale sintomatologia:
  • Deficit persistente nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale
  •  Comportamenti e/o interessi e/o attività ristrette e ripetitive (denominate stereotipie)

È importante sottolineare che la difficoltà comunicativa è solo difficoltà, non assenza di essa. Le persone con autismo sono in primis persone. E come tutte, hanno un gran bisogno di comunicare col mondo.

Comportamenti ripetitivi e monotoni, empatia inesistente, sguardo perso e linguaggio assente o senza filtri. Così ci vengono presentate le persone con autismo dal mondo del cinema e dell’intrattenimento. Sono caratteristiche che appartengono loro davvero?
Per fortuna la realtà è ben diversa. Le caratteristiche raccontate dal cinema corrispondono solo a ciò che un occhio e un orecchio poco attento sono disposti a percepire.

Le persone con autismo usano modalità poco comuni per comunicare, spesso bizzarre. Talvolta capita ciò perché non è stato insegnato loro un modo alternativo, socialmente condivisibile, per farlo.

Più che di sguardo, parlerei di contatto oculare non adeguato alle diverse situazioni comunicative. Scelgono di non guardare. Non sono sempre motivati a farlo. La mia esperienza professionale mi ha però insegnato che il contatto oculare, se preso come mero comportamento, è un aspetto che facilmente può essere appreso e mantenuto nel tempo; ho conosciuto anche bambini con autismo che non smettevano di fissarmi.  Il non guardare di certo non significa essere privi di empatia. Ognuno ha i suoi tempi e i suoi modi per mostrarla.

Ricordo di una bambina con autismo che non parlava e non guardava mai negli occhi. Io le continuavo a parlare, anche se sembrava non essere minimamente interessata a quello che le stessi raccontando. Quel giorno, le avevo detto che ero molto stanca, che adoravo passare il tempo con lei, aiutarla, ma che quel giorno ero particolarmente stanca. Corse in bagno, vi erano dei fiori finti su un mobiletto porta asciugamani. Li prese e me li porse.

Nel telefilm Atypical, si presta molta attenzione al vietare la parola “autistico”. Si preferisce utilizzare altri costrutti che non identifichino la persona con la sindrome. È importante utilizzare un linguaggio di questo tipo? Perché?

Sono dell’idea che le cose vadano chiamate con il loro nome. Mi piace pensare che solo in questo modo, vi possa essere accettazione. Non si tratta di etichettare, ma riconoscersi in qualcosa.
È l’accezione spesso negativa che si attribuisce alle parole a renderle poco sopportabili. Non è la parola “Autismo” a spaventare. È ciò che nel tempo le è stata attribuita (spesso per errata informazione) a farlo.

Personalmente adoro “sdrammatizzare” la diagnosi. Mi piace spogliarla e vederne anche i lati positivi, posso assicurarvi che ce ne sono.

Una volta stavo giocando con un bambino con autismo di quattro anni. Stavamo montando un trenino, la sua passione. Non smetteva di guardare uno dei vagoni. Gli ho detto sorridendo:Sei proprio autistico in questo momento” e lui ha accennato un sorriso. E anche la mamma. Utopicamente, vorrei che tutti usassero la parola “Autismo” senza vergogna, senza costante negatività.

In diverse pellicole, viene ripetuto che ai personaggi con autismo non piace la confusione e
stare in mezzo a molte persone. Questa sorta di agorafobia è una costante? O è invece un
fattore variabile?

È assolutamente un fattore variabile. L’ambiente circostante può sia inibirli che eccitarli.
Definirla come agorafobia è però errato. Non è paura degli spazi aperti.
Le persone con autismo, essendo estremamente sensibili agli stimoli ambientali (uditivi, tattili, visivi, olfattivi), possono faticare a reggere per molto tempo ad una loro esposizione.

Ad esempio, quello che per noi è un semplice suono di un clacson, per loro può essere come un martello pneumatico puntato nel timpano. Ma anche su questo aspetto è possibile lavorare attraverso una desensibilizzazione, rispettando sempre e comunque i loro tempi e sensibilità.

Un altro aspetto ricorrente nelle storie che parlano di questa condizione è l’enfatizzare delle ossessioni. Sia ne Il faro delle orche che in Atypical i ragazzi provano un grande fascino per animali poco comuni: Tristan le orche e Sam i pinguini. Nella nuova commedia Quanto Basta, in uscita il 5 aprile, il giovane protagonista è ossessionato dalla cucina.

Sono una realtà queste forti passioni? Sono forse una strategia per creare uno spazio di comfort in cui
rifugiare la mente?

Anche a me piace immaginarlo come uno spazio in cui rifugiarsi, un momento tutto loro dove poter essere semplicemente se stessi, senza richieste da parte dell’ambiente esterno o frustrazioni di diversa natura.

È importante però discriminare tra interessi specifici e ossessioni. Come tutte le persone, anche quelle con autismo hanno degli interessi particolari. Adorano dedicare il loro tempo ad essi e approfondirne quanto più è possibile ogni aspetto. Personalmente, credo sia una fortuna individuare quale sia davvero il talento di ognuno e, per quel che concerne le persone con autismo, può essere doppiamente prezioso riuscire a trovare qualcosa in cui siano motivati costantemente ad impegnarsi e, perché no, ad eccellere.

Questo va però distinto dalle ossessioni che possono causare stereotipie o qualsiasi altra forma di comportamento ripetitivo.

A quanto ho sentito, la vostra Associazione Aurora ha in cantiere un cineforum pensato appositamente per un pubblico di ragazzini con autismo. Puoi raccontarci qualcosa di più?

Durante la mia esperienza professionale ho avuto la fortuna di rapportarmi con molte famiglie che vivono con una persona, bambini o adolescenti, con autismo. Gli interventi domiciliari mi hanno offerto la possibilità di comprendere a fondo le implicazioni che la neurodiversità può avere sulla qualità della vita dell’intero nucleo familiare. Affermo con convinzione che, tra le maggiori difficoltà di tali genitori, vi è lo sconforto di non poter vedere i propri figli accolti “come si deve” dal mondo esterno. Il territorio, nonostante i numerosi sviluppi avvenuti negli ultimi anni, mostra essere ancora scarso di ambienti volti all’accoglienza attiva di persone con autismo.

Il progetto è volto a creare proprio tali situazioni costruttive, dove bambini e ragazzi possano passare semplicemente parte del loro tempo libero. Il tutto sarà adeguatamente supervisionato e “protetto” al fine di far fronte alle diverse esigenze che le persone coinvolte possono avere.

Nasce FilmaUti, un ciclo di incontri a cadenza mensile dove sarà possibile condividere la proiezione di corto o lungometraggi, a prova di autismo.

Uno spazio libero, dove la visione del film sarà intervallata a momenti di sfogo, dialogo o, perché no, silenzi ed isolamento, talvolta richiesti dalla neurodiversità stessa.

Le proiezioni saranno scelte con criterio e buon senso. Saranno ascoltati, ove possibile, i gusti degli spettatori e ci faremo guidare dalla potenza delle immagini sul grande schermo.
Ogni trama avrà valore emotivo, ambendo ad essere fonte di stimolo e riflessione, oltre che di relax.