Interviste

4 aprile 2017

Cervello&Cinema, “Nessun mondo, reale o di celluloide, è senza cattiveria”

di Giulia Sambo
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Cervello&Cinema, “Nessun mondo, reale o di celluloide, è senza cattiveria”

Cervello e cinema, quali teorie scientifiche dal loro incontro? Il Clan, film drammatico di Pablo Trapero, è stato proiettato nel corso di Cervello&Cinema, rassegna ospitata al Cinema Spazio Oberdan (Milano) dal 27 marzo al 2 aprile scorso. La pellicola uscita nelle sale ad agosto 2016, con protagonisti Guillermo Francella e Peter Lanzani, ha fornito interessanti spunti di riflessione nell’ambito dell’incontro “Perché il cervello ricorda meglio i cattivi?” – durante il quale è intervenuto anche lo psicologo e terapeuta Germano Manco. Incuriositi dalla tematica, lo abbiamo intervistato.

Il Clan racconta una storia di cattivi per eccellenza. Ambientato nell’Argentina dei primi anni ’80, segue le vicende dell’agente segreto Arquímedes Puccio e dei suoi complici, impegnati ad organizzare sequestri di persone facoltose in Sud America. Da qui un’osservazione cruciale – che mette in relazione cinema e cervello: i cattivi, con precise caratteristiche fisiche, vengono ricordati meglio. Perché? Perché è importante ricordarsi delle persone che possono danneggiare altre persone. Questo il fulcro del discorso di Germano Manco, il quale ha spiegato che nell’economia psichica dell’individuo il diventare cattivi corrisponde ad un processo adattativo che minimizza gli svantaggi.

In altre parole un volto può piacere o fare paura; gli stereotipi aiutano infatti a “navigare” nel mondo senza essere sopraffatti dalla molteplicità delle informazioni. “La fascinazione dei cattivi risiede in un meccanismo di difesa piuttosto arcaico, l’introiezione – ha poi spiegato Manco – Cioè nel cattivo vediamo parti di noi che tendiamo a rifiutare e a rimuovere dalla nostra coscienza, ma giacché esse, pur se allontanate non cessano di esistere, facendoci affascinare da chi massicciamente le possiede ce ne riappropriamo quasi per procura e quindi possiamo tranquillamente riconoscere la cattiveria, al di fuori di noi, e non portatrice di sensi di colpa che si svilupperebbero se potessimo riconoscere che anche noi siamo in grado di essere cattivi”.

Le informazioni negative, infatti, sono più rilevanti per la sopravvivenza. E che cosa spinge l’essere umano ad essere cattivo?Gli esseri umani in natura non sono né buoni né cattivi, ma contengono al proprio interno l’ambivalenza, nel senso che sono contemporaneamente buoni e cattivi – ha proseguito Manco – Ciò detto poi assistiamo a situazioni che si riverberano verso una linea di confine piuttosto che un’altra, per tutta una serie di condizioni, sia di natura psicologica (famiglia, affetti, privazioni, ammanchi, violenze, prevaricazioni, eventuali patologie di origine organica ecc.) che di natura sociale (ambiente storico e culturale, nonché geografico, classi valoriali che egemonizzano la cultura dei gruppi di appartenenza, meccanismi di inclusione e meccanismi di esclusione, anomia o sintonia istituzionale ecc.)”.

In altre parole non si sceglie di essere cattivi, ma la cattiveria tende a prevalere in condizioni di adattamento ottimale per l’economia psicologica del soggetto rispetto ai fattori appena elencati. Manco ha osservato: “Nessun mondo reale o di celluloide può essere immaginato senza cattiveria per quanto detto all’inizio, in tutti noi il bene e il male trovano una ambivalente cittadinanza”. Anche i personaggi cattivi del cinema vengono in generale ricordati meglio? “Sul fatto che i personaggi cattivi del cinema siano più memorabili, ammesso che ciò sia vero e ne ho forti dubbi – ha concluso – la vera ragione credo sia legata a chi interpreta la parte del cattivo, cioè chi è l’attore. Se l’attore è un divo acclamato possiamo pensare che venga ricordato in quanto tale, se l’attore è un guitto, difficilmente la sua cattiveria sarà ricordata”.

Interessante, vero?