Interviste

4 gennaio 2019

Intervista impossibile a Theodore Roosvelt

di Matteo Marinello
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L’abbiamo visto come spalla di Ben Stiller nella trilogia di Una notte al museo; è stato un cowboy, un cacciatore e un presidente; padre dell’impero americano, nazionalista e imperialista convinto, è ancora oggi adorato da folle di autoproclamatisi “veri uomini” per la sua mascolinità e le sue virtù cavalleresche: ecco a voi Theodore Roosevelt! Nell’anniversario della sua morte, lo resuscitiamo per fargli qualche domanda.

Presidente, benvenuto su App al Cinema, è un piacere conoscerla!

Il piacere è tutto mio! Immagino che non le capiti mai di incontrare personalità carismatiche e tutte d’un pezzo come me, eh? Si sente un po’ in imbarazzo? Immagino di sì, visto che la mia faccia è scolpita su una montagna, il monte Rushmore, ha presente? Non capita mica a tutti. Non si preoccupi comunque, troverà che sono un tipo molto affabile, ma se la metto a disagio me lo faccia sapere.

Ehm, sì, grazie. Dunque, lei è arrivato alla presidenza in un momento cruciale per la storia del suo paese: era l’inizio del Novecento, il “secolo americano”. Ci parli della sua ascesa al potere.

La mia vita è un’epopea. Nacqui nel 1858, poco prima dell’inizio della Guerra Civile, in una famiglia benestante di New York. Da piccolo soffrivo d’asma, ma riuscii a superarla grazie all’esercizio, al coraggio e alla mia fibra morale.
Per un periodo fui anche un allevatore nelle Badlands del Dakota. Ah, che bei tempi! I cowboy, il West, l’uomo messo di fronte alla natura con i suoi pericoli e i suoi rischi! Che gran modo per temprare l’animo.
Successivamente, fui anche sottosegretario alla marina sotto il presidente McKinley e organizzai il corpo dei Rough Riders, delle truppe irregolari per combattere a Cuba durante la Guerra Ispano-Americana. Dopo la guerra, fui eletto governatore dello stato di New York e poi Vicepresidente degli Stati Uniti.
Quindi, le mie vicende personali si intrecciano con la gloriosa storia del mio paese, che dopo la chiusura della Frontiera dell’ovest si proiettò verso una nuova frontiera, quella del mondo. Deve sapere che vi erano molti popoli vogliosi della guida di una nazione superiore come la nostra, che poteva educarli per condurli alle porte della civiltà e della democrazia!

Lei è proprio un uomo d’altri tempi, vero? Meglio cambiare argomento. Oggi il terrorismo è percepito come una delle minacce principali alla sicurezza delle nazioni. Le è familiare questo clima?

Mi è molto familiare: il mio predecessore, William McKinley, fu assassinato da un anarchico nel settembre del 1901 ed è a causa di questo fatto che sono salito alla presidenza.
Così come farà un altro presidente americano 100 anni dopo, anche io invocai una “guerra al terrore” per stanare ed eliminare i terroristi anarchici che minacciavano la sicurezza nazionale. Cercai di convincere le potenze mondiali a cooperare per debellare questa minaccia, ma il tentativo fallì, per colpa loro ovviamente. Il terrorismo anarchico rimase una piaga, poi la tattica terroristica si evolvette e nuove forme e ideologie presero il sopravvento.

Andiamo per un attimo alla politica interna: lei ricevette il soprannome di “trustbuster”, per la sua lotta contro i cartelli delle grandi corporation, dannosi per la libera concorrenza. In realtà, le recenti ricerche hanno dimostrato che la sua azione fu più conciliatoria che aggressiva….

Ma dove crede di essere con tutta questa impertinenza, sul New York Times?
Eh va bene, in realtà, nonostante mi piacesse la fama di “trustbuster”, cercai di portare avanti un negoziato tra il governo e i conglomerati industriali. A coloro che accettarono un minimo di regolamentazione, fu permesso di rimanere nel gioco e di scrivere le regole, mentre chi voleva mettere sotto scacco il grande governo degli Stati Uniti ricevette il colpo del mio grosso bastone: le grandi concentrazioni economiche delle ferrovie (Northern Securities Company) e del petrolio (Standard Oil Company) furono smembrate, però non ci furono stravolgimenti traumatici e quasi tutti accettarono i nuovi meccanismi, vedendone i vantaggi.
Ciò non toglie che tutto quello che ho fatto l’ho fatto per il bene del mio paese e non mi pento di nulla.
Ad esempio, grazie alla mediazione del mio governo durante gli scioperi dei minatori nel 1902, imprenditori e sindacati raggiunsero un accordo per la prima volta. Mai e poi mai svilire il ruolo del governo federale!

Lei ha parlato di “grosso bastone”: è una metafora che utilizzò in passato, in riferimento alla sua politica estera. Per mettere da parte ogni equivoco, ci può dire di che cosa si tratta?

Ma certo! Deriva da un proverbio che dice: “parla gentilmente e portati un grosso bastone, così facendo andrai lontano”. Applicato alla politica estera, significa che gli Stati Uniti sono sempre pronti ad usare la diplomazia, ma se le parti in causa si dimostrano poco disponibili ad accettare il compromesso proposto, noi non dobbiamo temere di usare la forza militare, come un grosso bastone per mettere in riga le nazioni che non sanno ciò che è meglio per loro. Tutto ciò si unisce alla gestione, da parte degli Stati Uniti, delle finanze di paesi che non riescono farlo per conto loro. La nostra azione in diversi paesi dell’America Latina (Cuba, Venezuela, Repubblica Dominicana, Panama), portata avanti in questi termini, è un piccolo capolavoro!

Sorvolando sulla sua retorica imperialista, del Teddy Bear ce ne vuole parlare?

Preferirei di no, grazie.

Forza, potrebbe servirle per riconnettersi con le nuove generazioni! Non vorrà che crescano senza amare il grande Theodore Roosevelt, no?

Assolutamente no! Non li lascerò mai nelle grinfie di questa società del 2000 smidollata ed effeminata! Ho il permesso di parlare direttamente ai bambini? Dopotutto, se mi conoscono, per loro sono solo una statua di cera interpretata da Robin Williams nella saga di Una notte al museo.

Prego, permesso accordato.

Salve bambini! Sono Theodore Roosevelt, ventiseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America, il più bel paese del mondo.
La storia del Teddy Bear (chiamato da voi “orsacchiotto”) è molto interessante. Durante una battuta di caccia in Mississipi, una cosa normale per i miei tempi, non ero riuscito a trovare, per giorni, un orso a cui sparare. I miei collaboratori, però, mi portarono un orso in catene così da poter reclamare la mia preda: tuttavia, io sono un vero uomo, un cacciatore sportivo e mi rifiutai di sparare alla povera bestia indifesa, sarebbe stato da codardi! Poi ordinai che l’orso fosse comunque soppresso per mettere fine alle sue sofferenze… anche se la cosa, ora che ci penso, non ha molto senso, vista la mia decisione precedente. In ogni caso, la notizia della mia integrità di cacciatore raggiunse i giornali e un vignettista, Clifford Berryman, mi rappresento più volte assieme all’orso, che nelle vignette era stato disegnato come un cucciolo. Per questo motivo, il soprannome con cui ero affettuosamente chiamato dal popolo americano, Teddy (da Theodore) fu sempre più associato alla figura del piccolo orso e un certo Morris Michtom ebbe l’idea di creare un nuovo giocattolo, il Teddy Bear, l’orsacchiotto.

Presidente, la ringraziamo per aver concluso questa intervista con un aneddoto così dolce e coccoloso. Per un vero cowboy virile e mascolino come lei dev’essere una grande soddisfazione. Alla prossima.

Aspetti che trovi un fucile e le faccio vedere io il dolce e coccoloso, dannazione!!!