Interviste

17 settembre 2018

Intervista impossibile alla Costituzione Americana

di Matteo Marinello
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Oggi, 17 settembre, è un giorno speciale. Oggi è nata la Costituzione americana, la legge suprema statunitense.

Proprio così. Era il 1897 quando la carta costituzionale venne scritta per dare equilibrio a un giovane stato ancora poco stabile. Quel giorno ha cambiato la storia, ispirando diversi film e documentari. Tuttavia, mai nessuno ha parlato in modo diretto di quel giorno, di quella decisiva conferenza a Filadelfia, avvenuta circa dieci anni dopo la Dichiarazione di Indipendenza. Le prime celebri parole sono “We the People”, nonostante la carta non fosse così democratica, inizialmente; non dimentichiamo che era ancora in vigore la schiavitù.

Tutti nominano questo documento,ma nessuno si è mai rivolto alla Costituzione direttamente. Ecco perché abbiamo deciso di intervistarla. In carne e… ehm, pardon, in carta e inchiostro.

Buongiorno Costituzione Federale. È un po’ insolito intervistarla… Non crede?

Be’, direi di sì, anche perché tutti mi nominano ma pochi si rivolgono a me direttamente. Pensi che gli storici e i giuristi si pongono molte domande su di me, ma la maggior parte delle volte non mi danno nemmeno la possibilità di rispondere. Alcuni sono talmente sicuri di sé che le risposte se le danno da soli, altri invece vanno a cercarle su volumi di illustri personaggi che mi hanno studiata, dimenticando di interrogare la fonte primaria, che sono io. Perché si ostinino ad annegare in fiumi di parole scritte da altri, quando io sono così snella e facile da comprendere, non me lo spiegherò mai!

Perché è stata scritta? Ci racconti come è nata.

Quando venni scritta, gli Stati Uniti erano una nazione giovanissima, erano passati poco più di dieci anni dalla Dichiarazione di Indipendenza. Una costituzione c’era già, gli Articoli di Confederazione, ma era poco efficace e prevedeva un governo centrale molto debole. Per evitare che i nuovi stati si disgregassero e si mettessero l’uno contro l’altro, venne convocata una conferenza a Filadelfia nel 1987 dalla quale nacqui io, la nuova Costituzione Federale, la legge suprema dello stato. All’inizio delineavo la composizione del congresso, i poteri dei Presidente, della Corte Suprema, i rapporti tra il governo centrale e i singoli stati della federazione… insomma, quella cosa che gli americani chiamano check and balances, ovvero un sistema dove i vari poteri si controllano e si equilibrano a vicenda. Inoltre, inizialmente, non ero troppo “democratica”, nonostante le mie prime parole siano “We the People of the United States”: ero frutto di un compromesso tra i nuovi Stati, dove il diritto di voto rimaneva limitato e molte persone erano ridotte in schiavitù. Comunque, poiché molti ebbero paura che i diritti dei singoli non fossero abbastanza tutelati di fronte al potente stato centrale, i padri fondatori aggiunsero al mio primo testo la Bill of Rights, composta da dieci “emendamenti” per difendere le libertà individuali. I legislatori continuarono ad aggiungerne emendamenti nei secoli successivi, sulle questioni più disparate. Pensi che oggi ne conto ventisette!

Qual è stato il momento più difficile per lei?

Posso dire di passare spesso momenti difficili, perché il cammino verso una piena democrazia americana non è mai stato lineare e glorioso come spesso è descritto. Io stessa proclamavo a gran voce i diritti degli individui ma al contempo facevo finta che la schiavitù non esistesse, così come non feci nulla per fermare lo sterminio dei nativi americani e l’emarginazione di altre minoranze.

E il suo momento migliore?

Sicuramente uno dei momenti più belli della mia storia è stata l’approvazione del XIII Emendamento che aboliva definitivamente la schiavitù, dopo una lunga Guerra Civile, come potete vedere nel film Lincoln di Steven Spielberg. In esso vengono descritti accuratamente gli sforzi del presidente e dei suoi collaboratori per far passare l’Emendamento alla Camera dei Rappresentati, così da essere inserito nella costituzione.
Un altro bel momento, anche se è arrivato con un po’ di ritardo, fu nel 1920, quando cominciai a garantire il diritto di voto alle donne in tutti gli stati dell’Unione, un’altra conquista di cui vado molto fiera!

Cosa ne pensa dell’Europa?

L’Europa mi fa sorridere. Si crede saggia e antica, i suoi popoli pensano di affondare le loro radici in un passato lontanissimo. Voi europei vi vantate dei vostri castelli, delle vostre lingue e delle vostre città di origine romana e medievale, del vostro grande patrimonio artistico e culturale, però poi vi mettete sempre gli uni contro gli altri. Gli stati europei si richiamano spesso a tradizioni antichissime per mostrare al mondo il loro prestigio e per legittimarsi di fronte ai loro cittadini. Dicono di avere origini lontanissime, ma in realtà la costituzione più antica ancora in vigore sono io! Però c’è da dire che anche noi americani dovremmo imparare qualcosa da voi europei. Lì da voi ci sono molte più tutele sociali e sì, ammetto che il vostro cibo è più buono e salutare.

E degli ultimi presidenti degli Stati Uniti?

Ho visto passare davanti a me 45 presidenti ormai, e molti di loro, per fini nobili o meno, hanno “forzato” le loro prerogative costituzionali. Io me ne sono stata buona buona portando pazienza, ma ogni tanto ho alzato la voce. L’ultima volta in cui ho avuto paura è stato quando Nixon abusò dei suoi poteri presidenziali, lì ho rischiato veramente grosso, ma alla fine il mio superbo sistema costituzionale ha tenuto. Per gli ultimi arrivati, penso che George W. Bush abbia presso un po’ troppo sul serio il ruolo di comandante in capo delle forze armate che assegno al presidente, mentre Barack Obama, da bravo avvocato, ha trovato sempre qualche cavillo legale per aggirare gli ostacoli che gli ponevo davanti. Oggi abbiamo Donald Trump, che… be’, passiamo alla prossima domanda?

Secondo lei potrebbe essere migliorata? E se sì, come?

Nel 1944 il presidente Franklin Delano Roosevelt propose di aggiungere una seconda Bill of Rights al mio testo costituzionale. Se la prima, come ho già detto, garantisce i diritti politici individuali, questa seconda avrebbe dovuto garantire quelli economici e sociali, come il diritto al lavoro, a una giusta remunerazione, ad una casa, all’assistenza sanitaria e all’educazione scolastica. Purtroppo, all’epoca, c’era la Seconda Guerra Mondiale da vincere e lo stesso Roosevelt morì un anno dopo. Il video dove il presidente annuncia questo progetto è stato inserito nel film-documentario Capitalism: A Love Story, diretto da quel matto di Michael Moore. Il punto è che molte mie sorelle minori, come la costituzione Italiana e Giapponese, garantiscono la maggior parte di questi diritti. Sebbene negli ultimi decenni la legge americana abbia fatto dei passi avanti in merito, non è ancora abbastanza.

Come si vede nel futuro?

Sono fiduciosa nel futuro! Spero di poter essere aggiornata dai legislatori, per essere più completa e moderna, per portare più diritti e più libertà, tranne la libertà di prevaricare gli altri. Ne sono sicura, un giorno garantirò veramente il sogno americano! Che poi, se non fossi così arrogantemente ottimista e visionaria, che americana sarei?

 

Film consigliati:

Lincoln
Diretto da Steven Spielberg nel 2013, il film drammatico analizza gli ultimi tumultuosi mesi in carica del sedicesimo presidente degli Stati Uniti. In una nazione divisa dalla guerra e spazzata dai venti del cambiamento, Lincoln osserva una linea di condotta che mira a porre fine alla guerra, unire il paese e abolire la schiavitù. Avendo il coraggio morale ed essendo fieramente determinato ad avere successo, le scelte che compirà in questo momento critico cambieranno il destino delle generazioni future.

Capitalism: A Love Story
Nell’ottobre del 2009, il ventesimo anniversario del suo rivoluzionario capolavoro Roger & Me, Capitalism: A Love Story riporta Michael Moore ad affrontare il problema che è al centro di tutta la sua opera: l’impatto disastroso che il dominio delle corporation ha sulla vita quotidiana degli americani (e, quindi, anche del resto del mondo). Ma questa volta il colpevole è molto più grande della General Motors e la scena del crimine ben più ampia di Flint, Michigan. Dalla Middle America fino ad arrivare ai corridoi del potere a Washington e all’epicentro finanziario globale di Manhattan, Michael Moore porterà ancora una volta gli spettatori su una strada inesplorata. Con umorismo e indignazione, Capitalism: A Love Story di Michael Moore esplora una domanda tabù: qual è il prezzo che l’America paga per il suo amore verso il capitalismo?