Interviste

26 aprile 2019

Intervista impossibile a Woodrow Wilson

di Matteo Marinello
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La Società delle Nazioni (League of nations), fondata il 10 gennaio 1920, fu l’organizzazione interstatale sorta dopo la Prima Guerra Mondiale con l’obiettivo di mantenere la pace globale. Nata fragile e poco efficiente, era solo un’ombra di come era stata immaginata dal suo ideatore, il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson. Il 28 aprile 1919, durante la conferenza di pace di Parigi, venne redatto lo statuto definitivo, il Covenant of the League of Nations. Esso avrebbe portato alla fondazione dell’organizzazione il 10 gennaio 1920.

Wilson è stato uno storico, un politologo e uno dei presidenti degli Stati Uniti più importanti della storia, in carica dal 1913 al 1921.

Oggi la sua figura è ancora discussa: grande statista progressista e promotore della pace mondiale, fu anche un convinto nazionalista e segregazionista razziale. Le sue parole sono più volte riportate nel film di Andy Griffith Nascita di una nazione, un capolavoro di tecnica ma una pellicola dal contenuto altamente razzista, che perpetua miti storiografici di cui lo stesso Wilson si era fatto promotore.

Però, la sua visione della politica estera, il cosiddetto “wilsonismo”, fu ciò che lo rese più popolare. Egli ha influenzato generazioni di politici e diplomatici e a lui sono intitolati diversi istituti di ricerca sulla politica e la storia delle relazioni internazionali, tra cui spicca l’importantissimo Wilson Center di Washington D.C.

Oggi lo abbiamo resuscitato solo per voi, per porgli qualche domanda.

Signor presidente, benvenuto. Quale fu il contesto in cui maturò l’idea di creare un’organizzazione di sicurezza collettiva come la Società delle Nazioni?

Ovviamente, maturai le mie idee in un’America che vedeva crescere sempre di più la sua leadership mondiale. Quando la Grande Guerra iniziò, il mio paese scelse la neutralità, per non rinfocolare le rivalità presenti all’interno del nostro paese tra i componenti delle varie nazionalità (Irlandesi, anglosassoni, Italiani, tedeschi, polacchi…). Inoltre, ciò si conciliava bene con l’idea americana di “eccezionalità” rispetto alle dinamiche delle potenze europee.

Però poi scelse la guerra. Perché?

Gli Stati Uniti dovevano accettare una responsabilità, quella di guidare una comunità internazionale sempre più interconnessa e mostrare il lato positivo di questi legami.

La soluzione migliore sarebbe stata una pace senza vincitori, per costruire un nuovo mondo senza che i vinti venissero puniti e si scatenassero rancori insanabili, come infatti sarebbe successo. Tuttavia, dopo i continui attacchi indiscriminati alle nostre navi e un piano tedesco per aizzare il Messico contro di noi, entrammo in guerra. Presentai il nostro intervento come una difesa della democrazia, ma volevamo mettere fine al conflitto anche per tutelare i nostri investimenti in Francia e Gran Bretagna. In questo modo, avremmo potuto dettare le condizioni per creare quel disegno internazionale che ci eravamo prefissati.

…che era la Società delle Nazioni, giusto?

Esatto. Era il progetto migliore per il futuro de mondo ma anche funzionale agli interessi degli Stati Uniti, ora lo posso dire. Esposi l’iniziativa nei miei famosi “14 punti”, che prevedevano un mondo basato sulla libertà dei mercati, sull’interdipendenza economica, e sull’autodeterminazione dei popoli. Erano anche uno strumento per conciliare nazionalismo e universalismo americano: gli Stati Uniti dovevano porsi alla guida della comunità internazionale, perché erano il paese più grande di tutti e la loro causa di libertà era e sarà sempre la causa dell’umanità. Ovviamente con “umanità” intendo i popoli civilizzati, mica quegli altri inferiori dell’afr…

… sì ok, abbiamo capito, oggi la pensiamo diversamente. Ha citato i 14 punti, che importanza ebbero nel contesto del dopoguerra?

Furono la base per condurre la trattativa di pace da parte nostra. Il quattordicesimo punto, poi, prevedeva esattamente la costituzione della League of Nations. Però, essa nacque snaturata a causa delle troppe concessioni ai nostri “alleati”: i paesi sconfitti e la Russia bolscevica non vi furono inclusi, mentre il veto generalizzato paralizzava ogni processo decisionale.

Anche gli Stati Uniti non aderirono alla Società delle Nazioni. Cosa accadde?

Alla conferenza di pace a Parigi avevo ceduto a compromessi, convinto che l’importante sarebbe stato far partire il progetto anche se imperfetto, fiducioso che sarebbe prosperato se inserito nel sistema internazionale.

Quando tornai negli USA però, mi ero stancato della cautela. I repubblicani al congresso non avevano intenzione di far aderire senza riserve gli Stati Uniti alla Società e molti temevano una riduzione della nostra sovranità.

Diverse visioni del ruolo americano nel mondo si confrontarono e io stesso non intendevo cedere. Viaggiai anche per gli il paese nel tentativo di convincere l’opinione pubblica della bontà della Società delle Nazioni. Tuttavia, fui costretto a interrompere il mio viaggio a casa delle mie scarse condizioni di salute. Al mio ritorno, fui colpito da un infarto che mi paralizzò una parte del corpo e mi danneggiò gravemente la vista. Ormai ero rimasto escluso dal dibattito e decisi di non candidarmi per un terzo mandato. Intanto, il congresso respinse l’adesione alla Società, la quale, in questo modo, rimase priva dell’unico paese che aveva i mezzi per guidarla e farla funzionare.

In effetti, se vediamo come è andata a finire, la “pace punitiva” per la Germania e la fragile Società delle Nazioni non hanno messo fine alla conflittualità europea.

Appunto, è dovuta arrivare una nuova guerra più distruttiva della prima per convincere qualcuno a creare un sistema più solido e duraturo. L’avevo detto io.

Presidente, la ringraziamo per questa intervista, può tornare al suo lungo riposo. Per la comunità internazionale di Aalcinema invece, ci risentiamo con prossima intervista impossibile!