Interviste

14 gennaio 2019

La compostezza del divo: Andreotti raccontato da Pomicino

di Anna Martellato
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La compostezza del divo: Andreotti raccontato da Pomicino

Sette volte Presidente del Consiglio, 27 volte ministro, Giulio Andreotti dal popolo è stato amato ed è stato odiato, osannato e criticato. Assolto in tutti i processi derivati dalle ombre gettate su di lui (unico neo la conclusione “ibrida” con una prescrizione del processo per mafia subìto tra il 1993 e il 2004), nel centenario della sua nascita ci chiediamo: qual è la sua lezione?

Ci ha aiutato a capirlo e a tratteggiare la sua figura umana e politica un amico e collega di vecchia data: Paolo Cirino Pomicino. Classe ’39, neurochirurgo, politico, ministro e parlamentare a fianco di Andreotti, anche Cirino Pomicino è presente nel film su Giulio Andreotti, Il Divo di Paolo Sorrentino, rappresentato dall’attore Carlo Buccirosso.

Ad Andreotti, così ha svelato il figlio qualche giorno fa, quel film non è mai piaciuto: lo definì una mascalzonata.

Io dico che è anche un brutto film: nel secondo tempo mi sono addormentato. Un punto alto però c’è: il dialogo tra Andreotti ed Eugenio Scalfari (interpretato da Giulio Bosetti ndr). Sorrentino con il co-sceneggiatore venne a trovarmi. Parlammo per circa due ore alla fine dissi che non erano nelle condizioni di scrivere una storia di Andreotti che, nei fatti, era la storia d’Italia. Loro avrebbero finito per ripetere il gossip e gettare le solite ombre.

E invece com’era Giulio Andreotti?

Innanzitutto era fratello di latte di Madre Teresa di Calcutta, oggi santa. Può sembrare una battuta, ma era davvero e strettamente legato a lei. Come lo era a San Giovanni Paolo II, che pubblicamente lo benedisse in una funzione religiosa in maniera fin troppo evidente, a testimonianza di una stima e un affetto notevoli.

È comunque un fatto che su di lui sono aleggiate molte ombre. È un caso (cito così Scalfari ne Il Divo)?

Vorrei rispondere con una domanda, se non le dispiace.

Si figuri.

Se è così, com’è che dopo tanto tempo, dopo tanti procedimenti di carattere giudiziario, tutti i processi sono finiti “a fuffa”? Nessuna condanna. Le ombre, in fondo, erano altre.

E sarebbero?

Nella sentenza di appello, in qualche maniera, si dice che Andreotti avrebbe favorito fino al 1980 la mafia siciliana di Stefano Bontate, che poi fu ucciso dai Corleonesi. Nel 1988 il suo braccio destro Totuccio Contorno (oggi collaboratore di mafia, ndr) entrò clandestinamente nel nostro Paese aiutato da alcuni autorevoli e alti funzionari pubblici. La polizia lo scoprì e ci fu un lungo dibattito nella Commissione antimafia, in cui fu sentito Contorno e i funzionari coinvolti. Quel dibattito che avrebbe gettato una luce tra le collusioni vere o presunte con la mafia è stato fino ad oggi secretato dal Senato della Repubblica. Sono passati trent’anni.

Ma ci sono altri due aspetti da considerare.

Quali?

Nessuno ricorda che la più forte legislazione antimafia è stata fatta dal governo Andreotti a partire dall’89. Poi, il famoso decreto Andreotti-Vassalli che aumentava la carcerazione preventiva da un anno a due anni fu duramente contrastato dal partito comunista di Luciano Violante

Ultima cosa: Giulio Andreotti ha collaborato con Giovanni Falcone. Falcone era ed è il campione dell’antimafia. Se Andreotti era un mafioso certamente non poteva non saperlo Falcone. Diventa chiaramente stridente l’accusa di mafia.

Come descrive la figura politica e umana di Andreotti, come lei lo conosceva?

Era uno statista, un parlamentare straordinario molto ligio ai doveri. In particolare era un campione in politica estera. Portò nel 1982 a Montecitorio Moussa Arafat, leader dei palestinesi, in quegli anni ritenuto dagli americani un terrorista. Andreotti, e con lui l’intera Dc e Craxi, aveva capito la situazione e aveva portato per molti anni la pace nel Mediterraneo. Fu lui a convincere Bush padre a non intervenire dopo l’invasione del Kuwait da parte delle truppe di Saddam Hussein, e a non invadere l’Iraq spiegandogli, in una telefonata che fece in mia presenza – ero ministro del Bilancio – che la rimozione di Saddam avrebbe fibrillato quell’area mediorientale in cui c’erano sunniti, sciiti e curdi, e non c’era un’organizzazione statuale in grado di reggere la rimozione di Saddam. Questa impostazione fu largamente condivisa, e Bush padre si fermò.

Bush figlio, dieci anni dopo, fece l’esatto contrario.

Evidentemente non c’erano leader europei del calibro di Andreotti che gli spiegavano che sarebbe stato un errore.

Un altro fatto da ricordare fu quando nel 1986, dopo un attentato libico a una discoteca americana a Berlino, gli americani individuarono la caserma di Muammar Gheddafi in Libia e mandarono i bombardieri. Andreotti e Craxi lo avvertirono e lui riuscì a scappare. Questo non significava che Andreotti e Craxi amassero Gheddafi: Andreotti sapeva benissimo che la rimozione di Gheddafi avrebbe portato il caos nell’intera Tripolitania e Cirenaica. Cioè l’emersione dell’odio tribale che con Ghedaffi, in qualche maniera, era stato sopito.

Che è esattamente quello che è successo.

Ma questo era logico. Andreotti non leggeva la sfera magica: era un uomo esperto e apprezzato dai leader del Medioriente e dell’Africa. Vedi anche il caso di Sigonella. Fu un caso diplomatico che contrappose la sovranità italiana a quella statunitense; ma c’era un impegno assunto con Mubarak che garantiva la transazione, e furono liberati tutti gli ostaggi dell’Achille Lauro. Andreotti era un uomo fortemente legato all’Alleanza Atlantica. Un uomo che aveva una sua politica estera, e che la DC condivideva.

Qual è la lezione che ci lascia Andreotti?

Andreotti ci ha lasciato una visione internazionale della politica, che è uno degli elementi importanti per la guida di un Paese. Se la guida è assunta da un provinciale che può fare al massimo il consiglio di quartiere, finiamo come stiamo finendo. In vacca.

Cosa manca alla politica di oggi?

Servirebbe che le classi politiche comprendessero cos’è la politica, ma quella vera, non quella legata ai selfie e ai tweet: i ministri governano, non twittano.

C’è bisogno di una compostezza nell’esercizio del governo. Una compostezza che consente di fare due cose. Primo, un approfondimento dei singoli temi senza cadere nell’oppressione ansiogena di un tweet; secondo, di capire che le società moderne vanno guidate, non vanno inseguite. Invece oggi tutta la politica italiana insegue gli umori della piazza. Ma se noi avessimo seguito nel passato il sentimento popolare, non avremmo mai fatto la riforma agraria, oppure la riforma del carbone e dell’acciaio. O i patti di Roma: quando facemmo l’Unione Europea eravamo in sei paesi, l’opinione pubblica era largamente contraria. Bisogna dare la guida, la direzione di marcia alla società, non inseguire gli umori alternanti delle masse popolari. Perché diversamente i governanti diventano banali esecutori che vivono alla giornata. Così insegna la storia di Giulio Andreotti.

Cosa ricorda delle vostre ultime chiacchierate?

Mi raccontava una storia. Di quando andò a Kinshasa, capitale del Congo, dove nel ‘61 furono trucidati tredici aviatori italiani (eccidio di Kindu, il contingente italiano faceva parte dell’Operazione delle Nazioni Unite inviato in Congo a ristabilire l’ordine nel paese sconvolto dalla guerra civile, ndr). Lì gli infermieri si erano messi in testa di poter fare loro i medici. Ma per operare, facendo ovviamente gravi danni, si mettevano i camici al contrario, con l’abbottonatura davanti anziché dietro. Qual era la morale della favola? Che ormai l’Italia della Seconda Repubblica era un’Italia in cui gli infermieri volevano fare i medici e i medici erano stati cacciati.