Interviste

22 marzo 2016

La fabbrica blu, intervista ai produttori del documentario sulla Bugatti Automobili

di Redazione
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La fabbrica blu, intervista ai produttori del documentario sulla Bugatti Automobili

Sabato 23 settembre 1995. È il giorno in cui la Bugatti Automobili ha chiuso per sempre, per fallimento. Oggi la fabbrica, un tempo trainata dall’imprenditore Romano Artioli – un sognatore che ai suoi uomini diceva “quello che voi fate conta” – si erge vecchia e silenziosa su un prato appena falciato a Campogalliano, nella terra dei motori, la stessa di Ferrari e Lamborghini.

Gli enormi tubi d’areazione e i pannelli quadrati blu la fanno assomigliare ad una nave: era ed è tutt’ora la fabbrica blu, sorta nel 1987 per far rivivere l’antico marchio automobilistico Bugatti realizzando la più prestigiosa e tecnologica supercar dell’epoca. A sorvegliarla c’è ancora lui, il custode Ezio Pavesi, che prendendosi cura del luogo è riuscito a fermare il tempo.

Spazi vuoti, cristallizzati in una tristezza amara, immensi senza macchine, senza uomini, senza futuro ma con un passato grandioso che presto rivivremo sullo schermo, raccontato in un documentario. È il tempo dei motori, al cinema. Anche la storia di Ferruccio Lamborghini diventerà un film (prodotto da Ambi Pictures), così come la storia di Enzo Ferrari. E poi c’è lei, La Fabbrica Blu. Che non ha fretta, non ha paura. Per lei il tempo non scade, non passa, non sfugge, non esiste.

Abbiamo intervistato i produttori del documentario work in progress, Davide Maffei e Alessandro Barbieri di Gilson Production.

Com’è nata l’idea di un documentario sulla storia della Bugatti Automobili?
Nel maggio 2014 c’è stato un incontro per il 25esimo anniversario dall’apertura dello stabilimento. Si sono riunite spontaneamente circa 200 persone, tutti ex dipendenti arrivati da ogni parte d’Europa solamente per rivedersi, rincontrarsi. È stato in quell’occasione che io e Alessandro ci siamo avvicinati. In genere siamo attratti dall’architettura di un luogo, infatti il primo approccio è stato fatto in base alla struttura architettonica, che per la sua epoca era all’avanguardia e con caratteristiche particolari, diversa dalle altre, come Ferrari o Lamborghini. Ma una volta lì abbiamo però capito che dietro al marchio c’era anche e soprattutto un lato umano molto forte. E allora abbiamo pensato: perché non creare un film dietro a questa avventura?

Come tratta la storia il vostro film?
È un documentario puro. Tutti i personaggi sono stati solamente intervistati. Per cercare le tracce rimaste di questa storia abbiamo filmato la famosa EB 110, fatto riprese all’interno e all’esterno della fabbrica. Vogliamo far capire anche a un pubblico più vasto cosa significa Bugatti Automobili, anche oggi, e perché era un marchio così importante. Un’idea incredibile e azzardata nello stesso tempo quella di recuperare negli anni ’90 un marchio del passato, nato a cavallo delle due Guerre, per reinterpretarlo con un’automobile che fosse dello stesso spirito.

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Cosa unisce le due epoche?
Il collante, colui che permette questo stato di conservazione, è Ezio, il famoso custode. Tutt’ora gestisce in modo gratuito la struttura. È un ideale di traghettatore, è il simbolo di quello che è Bugatti oggi. È un lavoro singolare il suo ed è quasi impossibile trovare un custode che tiene viva una struttura semplicemente per passione nel totale disinteresse di tutte le istituzioni pubbliche, dalla Provincia alla Regione. È una figura particolare che doveva essere valorizzata.

Gli ex dipendenti? Che impressione avete avuto?
È stato interessante vedere come persone intervistate singolarmente, in posti diversi in Italia o in Europa, abbiano percepito lo stesso sapore di questa avventura e ne abbiano lo stesso ricordo. Volevano creare prodotti eccezionali. Eccellenza era la parola d’ordine per ogni aspetto ed è stata trasmessa a chi ha vissuto questa esperienza. L’eccellenza in tutti i campi è stato un effetto motivatore su tutti e quella di Bugatti è stata un’esperienza talmente forte che su tutti ha creato lo stesso imprinting. Tutti ti dicono le stesse cose di un’esperienza durata sette anni. Travolgente.

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Non deve essere stato semplice per una produzione indipendente portare a casa questo documentario. Quali sono state le difficoltà?
Quando si produce un documentario che ha come materiale di base le testimonianze, senza nessun inserimento fiction, serve una quantità di interviste impressionante. Ad oggi siamo arrivate a circa venti interviste, ognuna di un’ora. Che poi è necessario montare. L’altro problema è il materiale d’archivio, che non esiste. Lo abbiamo risolto attingendo dai ricordi, dal materiale personale che ci hanno messo a disposizione le persone che abbiamo intervistato. Abbiamo così creato un piccolo archivio privato. Ce lo teniamo stretto fino alla fine del film, poi lo renderemo pubblico perché è davvero interessante. Foto, VHS che stiamo digitalizzando e che vogliamo rendere pubblici, al di là della percezione che c’è sul territorio. Perché qui dalla gente è vissuta quasi come fosse una macchia, un corpo estraneo.

Perché, secondo voi?
Non si può ancora accedere agli atti del fallimento, quindi ci sono solo illazioni. Nella parte finale del film viene palesato ciò che è successo, ma non ci sono basi per giungere a conclusioni certe. C’è chi parlando fa nomi e cognomi, c’è chi a certe domande si trincera dietro un silenzio. Si intuisce che c’è qualcosa di poco trasparente, ma non possiamo saperlo.

Quando sarà pronto il documentario?
A fine primavera. Poi cercheremo di iscriverlo a un festival, che possa quindi proiettarlo. Come abbiamo fatto con il film precedente sul villaggio Eni, poi, ci piacerebbe uscisse in dvd. E poi, chissà, non ci dispiacerebbe una distribuzione di tipo televisivo. La pellicola sarà distribuita da Imago Orbis.

Per visitare l’ex stabilimento Bugatti contattare il custode Ezio Pavesi al numero 338/9313173.