Interviste

2 dicembre 2016

La stoffa dei sogni. Cabiddu: “Il mio cinema popolare vi affascinerà”

di Anna Martellato
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La stoffa dei sogni. Cabiddu: “Il mio cinema popolare vi affascinerà”

Parlandoci si percepisce subito una cosa: Gianfranco Cabiddu è di una finezza intellettuale, di una sensibilità e di una gentilezza di altri tempi. “La mia vuole essere un’opera popolare, non di élite“, precisa subito il regista de La stoffa dei sogni. È il suo cinema. Con coraggio e curiosità Cabiddu ha lavorato a un piccolo gioiello. Fatto di persone e non personaggi. Che impone di vedere quello che c’è dentro il film e non intorno. Controcorrente. Contromoda. Contromercato.

Con La stoffa dei sogni Cabiddu ha voluto dare una risposta pacata e onesta a quel mercato alla derivache cerca non tanto di costruire qualcosa per il pubblico, ma di vincere a una lotteria“. Dove il cast è selezionato sulla base di una smorfia. E dove i produttori guardano più agli incassi di un film, piuttosto che al film e alla cultura che genera.

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Ne La stoffa dei sogni – liberamente ispirato a L’arte della commedia di Eduardo De Filippo e a La tempesta di William Shakespeare – si raccontano le vicissitudini di una compagnia di teatranti, con a capo Rubini: la compagnia naufraga su una misteriosa isola-carcere (l’Asinara, in Sardegna, terra natale del regista) e si ritrova a dover coprire alcuni pericolosi camorristi decisi a evitare la reclusione confondendosi fra gli attori. Sarà il direttore del carcere, Fantastichini, a lanciare la sfida al capocomico per scoprire chi nella compagnia è vero attore e chi un criminale: dovranno mettere in scena La tempesta.

Il rifiuto di un cinema grossolano, le leggi del mercato senza sogni, un film fatto di persone e non personaggi. E un sogno che lo accompagnava da trent’anni. La nostra intervista a Gianfranco Cabiddu, regista de La stoffa dei sogni.

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Un omaggio a Shakespeare?
Il mio vuole essere un film popolare: è un omaggio a Shakespeare ma anche a Eduardo De Filippo: sono autori popolari, perciò anche il mio film non poteva essere altrimenti. Usando i principi de L’arte della commedia di De Filippo, la storia è costruita per regalare un omaggio a quel tipo di teatro rivelatore della verità.

Come è nata l’idea de La stoffa dei sogni?
Tra i tanti lavori che ho seguito con Eduardo De Filippo c’era proprio La tempesta di Shakespeare, che lui ha tradotto in napoletano antico. Questo testo mi è rimasto dentro trent’anni, ha convissuto con me. Quando l’isola dell’Asinara, che è stata un carcere per 120 anni, è diventata parco, ho avuto la sensazione di trovarmi nell’isola de La tempesta. Da lì è iniziato il ragionamento su come restituire fisicità a quel testo e restituire la grande intuizione di Eduardo: cioè che Shakespeare è un grande autore popolare, come d’altra parte lo è stato Eduardo.

È il loro comune denominatore?
Shakespeare e De Filippo sono due capocomici che hanno tenuto insieme il pubblico. Non a caso ancora oggi le sale sono sempre piene quando si recita qualcosa di Shakespeare e di De Filippo.

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Il cinema riesce a farlo?
Adesso è diventato tutto molto più difficile. Il popolare è diventato sinonimo di “becero”, grossolano: non ha quella finezza che aveva un tempo. Quello di cui parlo è il cinema inteso come arte popolare.

Il mercato cinematografico ha perso un po’ di quella magia?
All’estero il film è in tournée in Germania in 32 sale e la gente rimane sorpresa: non sente il peso di una cultura, ma velocità e freschezza che sono sempre attuali, perché questo film parla di noi, della cultura umana. Forse oggi si è persa la capacità di avere chiaro cosa si va a vedere: siamo tutti in un’arena, che è generalista. In quelle arene è difficile concorrere con film che hanno cifre importanti, sia in termini di investimento pubblicitario che in copie nelle sale. Questo fa sì che i prodotti di qualità difficilmente riescano ad arrivare a un pubblico popolare, non solo intellettuale.

Legge del mercato, legge della società? Anche qui, è un gioco di specchi, come nel suo film?
In questo momento si fa fatica a distinguere i prodotti. Andiamo più a consumare che a farci affascinare. Il grande problema di oggi è che il pubblico si disinnamora del cinema italiano. Ecco, questo film è la dimostrazione dell’esatto contrario: c’è un testo forte alle spalle, ci sono attori presi in quanto persone non in quanto personaggi, non in base a una smorfia che ha funzionato in altri film.

Nel film recita Luca De Filippo, figlio di Eduardo, scomparso un anno fa. Come ha segnato il film?
Idealmente lo dedico a lui. In questo film ha voluto partecipare con un cammeo: è il capitano del traghetto che prima naufraga e poi risorge, facendo un saluto a questo teatro, a questa zattera di speranza che è appunto l’isola dove è avvenuta tutta la storia. Luca era una persona come poche ce ne sono. Ha attraversato il teatro e il cinema in punta dei piedi senza mai apparire, con il senso di essere a servizio di un testo, come faceva con il teatro di suo padre e ancora prima di suo nonno, come figlio di una tradizione, non come figlio di papà.

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