Interviste

17 gennaio 2018

L’ora più buia: intervista a Winston Churchill

di Anna Martellato
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Churchill era un nobiluomo egoista. Intransigente, aveva un cattivo carattere, coltivava abitudini bizzarre e non conosceva il gioco leale. Ma non si può negare che Sir Winston Churchill sia stato uno dei più grandi statisti della storia. Perché anche se era egocentrico era uno stratega brillante, acuto, pragmatico, perspicace.

Nato nel 1874 e morto nel 1965, Winston Churchill è stato giornalista, corrispondente di guerra, autore di bestseller fino a ricevere il Nobel per la Letteratura nel 1953. Ma soprattutto fu primo ministro britannico per due mandati in una delle ore più difficili, l’ora più buia per il Regno Unito e per l’Europa, invasa da Hitler.

Con la sua persona si sono misurati attori come Richard Burton, Timothy Spall, Albert Finney, Brendan Gleason, John Lithgow (nella serie Netflix The Crown) e Brian Cox. Ora tocca al londinese Gary Oldman a rappresentarlo sul grande schermo nell’attesissimo L’ora più buia. In uscita nelle sale domani 18 gennaio, la pellicola diretta da Joe Wright (britannico anche lui) vede tra i protagonisti Kristin Scott Thomas, Lily James, Stephen Dillane e Ronald Pickup.

Augurandoci che il film sia tra i candidati all’Oscar, abbiamo pensato di chiedere direttamente all’interessato cosa ne pensa.
Ecco la nostra intervista (im)possibile a Winston Churchill.

Sir (va bene se la chiamo Sir?), sta per uscire un film che la vede protagonista. È contento?

Mi deve chiamare Sir. In Gran Bretagna, a differenza che in Italia, i titoli valgono ancora qualcosa. Non per offendere la vostra illustre democrazia, sia chiaro.
Per rispondere alla sua domanda, sono assolutamente compiaciuto per la realizzazione di un’opera filmica che descriva gli sforzi miei e dei miei concittadini in quei momenti difficili. Ovviamente, dovrà rendermi la giustizia che merito, non che debba considerarmi il father of the country, ma rimarrei molto deluso da un’opera diffamatoria.
Tuttavia, sono fiducioso poiché il regista Joe Wright è un mio compatriota e come tutti sanno nel mondo, gli inglesi sono un popolo degno, sincero e che eccelle nelle arti.

Ne L’ora più buia si ripercorrono le tappe che la videro arrivare al titolo di primo ministro. Lei però non fu la prima scelta. Perché?

Perché ebbero paura. Io non fui mai allineato con la maggioranza dei miei compagni di partito. Sono stato sin da giovane un membro del partito conservatore, ma ebbi tendenze liberali. Quando poi, per un periodo, mi unii ai liberali, fui un liberale con tendenze conservatrici.
Ho sempre creduto nel libero mercato, a differenza dei miei compagni di partito che preferivano lo “splendido isolamento” del protezionismo, ma al contempo non ho mai tollerato lo sfaldamento del nostro grandioso Impero Britannico. Quando ero ministro del commercio fui fautore di grandi riforme sociali; al contempo ho sempre diffidato della troppa partecipazione popolare alla vita pubblica.
Certo, poi si aggiungono i pettegolezzi. Ho fatto il grave errore politico di sostenere davanti a tutto il Parlamento le ragioni di Edoardo VIII nello sposare quell’americana divorziata: mi si ritorse contro e la mia credibilità scese al minimo. Dissero addirittura che volevo approfittare della confusione per rovesciare il Governo. Non mi aspetto che voi comprendiate il nostro sistema costituzionale, noi inglesi siamo molto peculiari, eccezionali direi: siamo molto orgogliosi dei nostri sovrani, ma bisogna tenerli fuori dalla politica, altrimenti si rischia di creare una gran confusione.
Fui poi incolpato della disfatta della campagna di Gallipoli durante la prima guerra mondiale, per cui posso comprendere i dubbi che sorsero circa la credibilità della mia candidatura a primo ministro in tempo di guerra. Si dà il caso però che io, per quanto riguarda Hitler, avessi previsto tutto: il Primo Ministro Chamberlain, Lord Halifax e gli altri pensavano di poter sopravvivere con il loro appeasement verso il dittatore tedesco. Dovevamo fermarlo subito, come dissi già negli anni ’30. Se ci fossi stato io fin da allora, sarebbe andata diversamente.

La sua carriera è stata folgorante. E non solo in ambito politico. Prima nell’esercito, dove fu corrispondente del Morning Post, ha vinto anche un Nobel. Incredibile, se pensiamo a quando era bambino e non riusciva a leggere quelle parole… senza contare i tentativi di entrare all’Harrow School…

L’Harrow School, così come tutta la mia esperienza scolastica, fu un periodo poco stimolante e noioso della mia vita. Una scura macchia grigia sulla carta del mio viaggio, come già dissi un tempo. Badate bene, non che io me ne assuma la colpa, dato che non ne ho: all’epoca la dislessia non era un disturbo diagnosticato così velocemente come accade nel vostro mondo moderno. Come sapete però io sono piuttosto caparbio: a furia di ripetere arrivai a padroneggiare la struttura della frase nonostante la mia condizione. La vera arte comunque l’ho imparata dopo, nella vita vera, nelle avventure come soldato e reporter a Cuba, in Sudan e in India. Anche i periodi in cui non ho ricoperto incarichi governativi sono stati illuminanti.
Scrivevo e affinavo la mia arte oratoria in numerose conferenze, l’importanza delle quali è stata ampiamente riconosciuta nel mondo, se mi permette. La mia orazione negli Stati Uniti sulla “Cortina di Ferro” che è scesa attraverso l’Europa da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico, ad esempio, è diventata la storica constatazione dell’inizio della Guerra Fredda.
Non vorrei sembrare vanaglorioso, ma non sorprende che mi abbiano conferito il Nobel alla Letteratura per la “maestria nella descrizione storica e biografica, così come per la brillante oratoria in difesa dei valori umani.

Torniamo al film e all’ora più buia della storia. Qual è stata, la sua ora più buia in quegli anni?

Certamente i primi mesi di permanenza a Downing Street furono i più duri. Oltre ad essere soli di fronte al nazifascismo, mi trovavo sul filo del rasoio, pieno di incertezze e dovetti sopportare all’interno del mio Governo ancora quei rammolliti di Chamberlain (pace all’anima sua) e Halifax, assieme alla loro scarsa volontà di combattere una guerra che era inevitabile.
Halifax fu difficilissimo da gestire come ministro degli esteri: voleva la pace con Hitler e Mussolini, voleva svendere il nostro Paese e il nostro Impero ai tiranni. Meno male che mi liberai di lui nel 1941. Ironicamente però, la mia vera ora più buia fu qualche anno dopo, quando, nonostante tutti gli sforzi e le lotte, gli elettori inglesi non mi riconfermarono il mandato. Tuttavia, nell’oscurità trovai una luce di speranza nel fatto che era per quello che avevamo combattuto, perché facessero le loro scelte. Nonostante il mio enorme ego, la guerra non era stata combattuta per me.

E sua moglie? In che modo l’ha sostenuta?

Clementine mi ha supportato nonostante il mio cattivo carattere, la mia cattiva reputazione e il mio cattivo odore di sigaro. Devo a mia moglie Clemmie moltissimo, poiché mi ha sostenuto nei momenti più umilianti e più difficili, anche quando eravamo lontani, data l’immensa quantità di lettere che ci scambiavamo dove le esprimevo i miei dubbi e i miei personali sfoghi sulla politica. Una volta mi sostituì addirittura durante una campagna elettorale.

Ha mai pensato che non ce l’avrebbe fatta? Che Hitler e il nazismo avrebbero vinto?

Sì, ci ho pensato spesso. I primi due anni di guerra sono stati immensamente difficili, dalla nostra parte c’erano solo governi in esilio e forze di resistenza. La Cina era in pezzi, l’Unione Sovietica aveva fatto un patto di non aggressione con Hitler (l’avevo vista giusta a non fidarmi troppo di Stalin, la nostra alleanza successiva è stata molto “di convenienza”) e i nostri cugini statunitensi, per ridicole questioni di politica interna, erano impossibilitati ad aiutarci. Nonostante tutto, avevo bisogno di convincere me stesso e i miei concittadini che la vittoria e la speranza erano possibili, che era possibile andare avanti insieme ed essere l’avanguardia della libertà. La tempesta è stata superata, e per la grande prova di umanità e resistenza la nostra ora più buia è stata infine la nostra ora più bella.

Cosa ne pensa del mondo di oggi?

È un mondo molto diverso da allora, ma non più complicato: quando molte cose ve le sarete gettate alle spalle e le avrete analizzate tramite la prospettiva della storia, tutto vi sembrerà più semplice. Però, seriamente, qualcuno mi deve spiegare che diamine sia questa Brexit che tormenta tanto i miei compatrioti, perché ammetto la mia ignoranza (e non accade spesso), non capisco proprio.

Articolo scritto grazie alla gentile collaborazione di Matteo Marinello, dottore in Storia e studioso di Storia Contemporanea.