Interviste

23 ottobre 2018

Rational animal spirits: La grande scommessa del lupo di Wall Street

di Redazione
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Sono passati 90 anni dal famoso crollo di Wall Street, forse uno dei fatti di storia economica più noti al grande pubblico e oggetto di costante paragone con la recente cosiddetta crisi finanziaria del 2007-2008.

Spesso ci si chiede in che modo i mercati influenzino la nostra quotidianità, se facciano bene all’economia o se siano una mostruosa entità dominata da draculei speculatori senza scrupoli. Ebbene, una seria e non emozionale riflessione sull’argomento non può che partire da una domanda solo apparentemente banale.
Noi l’abbiamo fatta a Carmelo Ferlito, economista dell’Institute for Democracy and Economic Affairs (IDEAS) di Kuala Lumpur e docente di Microeconomia e Storia del pensiero economico all’INTI International College di Subang Jaya, in Malaysia.

Sicuramente ci saprà rispondere meglio di Matthew McConaughey in The Wolf of Wall Street (2013) di Martin Scorsese.

Professor Ferlito, cosa sono i mercati? E come influenzano la nostra vita?

Chiedersi se e come i mercati influenzino la nostra vita, se siano buoni o cattivi, significa implicitamente attribuire loro una sorta di vita propria, una capacità di azione, una volontà, una moralità. Una tale visione, tuttavia, manca di riconoscere la vera natura del mercato, che è un processo inesausto e temporalmente condizionato di interazione tra individui, il risultato dinamico e in continuo mutamento di tale interazione. Il mercato è dunque, un ordine spontaneo, il risultato dell’umano agire ma non dell’umano progettare e, come tale, riflette un caleidoscopio di volontà individuali che si incontrano e gli esiti intenzionali ed inintezionali di tale interagire.

In estrema sintesi, dunque, chiedersi se i mercati influenzino la nostra vita è come chiedersi se miliardi di relazioni interindividuali influenzino la nostra vita; la risposta è ovviamente positiva, ma il modo in cui tale influenza si manifesta è evidentemente molto più complesso dello studio di una relazione causale univoca.

In che modo allora questi mercati hanno definito la crisi del ’29?

Ogni tipo di considerazione sulla crisi del 1929, o su quella del 2008, assume contorni differenti. Credo dunque che focalizzarsi sul giovedì nero, o definire “finanziaria” la crisi del 2008, sia fuorviante.

Pensiamo alle immagini relative al 1929 tramandataci dai libri di storia; si tratta anzitutto di immagini dell’ambiente finanziario, della borsa, dei “mercati”, ma esse sono poi immediatamente succedute da istantanee di povertà, di code per il pane, di nuovi disoccupati. Queste istantanee ci regalano dunque un ponte tra l’aspetto finanziario e quello economico, tra uno shock che appare impalpabile come tutto ciò che riguarda la borsa e delle conseguenze invece molto tangibili. Tale accostamento appare come paradossale solo a chi crede in effetti che quella del 1929 sia stata “semplicemente” una crisi di speculazione borsistica.

Lo stesso potrebbe dirsi di chi ha etichettato come “finanziaria” la crisi del 2008. In realtà, quest’ultima inizia nel 2007, ma tale fatto è difficile da cogliere per chi non ha dimestichezza con le origini economiche e non finanziarie della crisi.

Le due crisi che ho menzionato, come la maggior parte delle altre annoverate dalla narrativa storica, non sono infatti crisi finanziarie; se fossero tali, i loro effetti non sarebbero stati così devastanti come invece è accaduto. Si tratta, infatti, di crisi di natura economica, la cui manifestazione finanziaria (il crollo di borsa o di alcuni istituti di credito) rappresenta solo l’aspetto più superficiale, e forse maggiormente visibile al grande pubblico.

Nel film La Grande Scommessa (2015), ad esempio, l’eccentrico manager Michael Burry (Christian Bale) scopre che il mercato immobiliare statunitense è estremamente instabile e prevede quindi un suo cedimento; ossia prevede con due anni d’anticipo la crisi del 2007-2008.


Il personaggio di Bale dice “chiunque piò vedere che c’è una bolla immobiliare” e “ci sono sempre degli indicatori”: queste le frasi che fanno riflettere.
Quando inizia una crisi, quindi? Come possiamo riconoscerla?

Come osservato dall’economista austriaco e premio Nobel per l’economia nel 1974, Friedrich A. von Hayek, il momento cui guardare per comprendere la natura di una crisi è la fase di boom; quando il crack arriva, è troppo tardi per poter uscire dalla situazione indenni. È pertanto necessario osservare che l’andamento ciclico è la forma tipica dello sviluppo economico capitalistico, un aspetto in qualche misura ineliminabile. Periodi di crescita eccezionali e successive crisi sono la forma necessaria dello sviluppo capitalistico.

I boom sono fasi di crescita che insorgono in un determinato settore dell’economia e che poi si propagano a domino sulla situazione economica generale, in una misura che è determinata dall’incidenza relativa sul sistema economico del settore di partenza dell’espansione. Ovviamente non si tratta di qualcosa che avviene per miracolo o per divinazione; piuttosto, ogni boom è il risultato di precise dinamiche imprenditoriali.

Ovvero?

Una caratteristica fondamentale dell’azione imprenditoriale è quella di manifestarsi come capacità di cogliere opportunità di profitto non notate precedentemente.

La vittoria di un imprenditore è pertanto dettata dall’essere in grado di cogliere, prima di altri, una potenziale opportunità di profitto, e poi di trasformarla da opportunità in realtà, esito che non è necessariamente incluso nell’azione, che presenta sempre un elemento di rischio connesso con la natura ontologicamente imperfetta dell’informazione a disposizione di ciascun individuo e con le continue novità emergenti con il trascorrere del tempo storico e che influenzano l’evoluzione del processo di mercato. Posta in tal modo, sembrerebbe che l’azione imprenditoriale abbia molto a che fare con gli “animal spirits” di Keynes e poco con la razionalità, e che quindi i boom siano generati più dall’istinto che da una coerente pianificazione soggettiva. Questo è solo parzialmente vero e vorrei cogliere l’occasione di questa intervista per coniare l’espressione rational animal spirits.

Rational animal spirits? Cosa significa?

Se è vero che gli imprenditori “scommettono” su opportunità di profitto, tale scommessa avviene sulla base di valutazioni legate alla struttura dei prezzi relativi; per dirla con parole semplici: gli imprenditori conoscono i prezzi attuali e si aspettano che l’investimento che si preparano ad attuare originererà un prodotto che potrà essere venduto sul mercato ad un prezzo tale che consentirà di coprire i costi (noti) e generare un profitto. Tale valutazione può essere giusta o sbagliata (e torna la componente di rischio), ma non vi sarebbe investimento se non vi fosse la convinzione di essere ragionevolmente nel giusto, convinzione fondata sulla conoscenza a disposizione dell’imprenditore al momento della scelta di implementazione del suo piano di investimento. La possibilità di commettere un errore risiede nella incapacità di predire il futuro (conoscenza imperfetta) e nella incertezza radicale insita nei processi che implicano tempo per essere implementati e completati. Animal spirits, yes, ma con juicio.

E una volta che il boom ha avuto inizio? Di solito seguiamo tutti la scia: facciamo bene?

Ci sono due elementi che lo possono spingere verso il sovradimensionamento che di solito è la condizione che rende la crisi non solo inevitabile ma anche necessaria.

Di questi due elementi, uno è naturale conseguenza della prima fase di espansione, mentre l’altro può esserne la causa o un propulsore secondario. La conseguenza naturale è data da una seconda ondata di investimenti, quei processi imitativo-speculativi così ben descritti da Schumpeter e che sono l’esito dell’euforia generata dal boom, che produce il desiderio di non essere esclusi dai risultati positivi del fenomeno in corso.

L’altro elemento, che i miei colleghi della Scuola Austriaca pongono all’origine di ogni boom and bust cycle (interpretazione dalla quale io invece mi sono allontanato), è la manipolazione monetaria nella forma di espansione creditizia, espansione che altera la struttura dei prezzi, spingendo gli investimenti in una certa direzione. Tale elemento può infatti trovarsi all’origine di un boom, ma io credo che il fattore primario siano le aspettative di profitto, che possono essere guidate da una favorevole politica del credito, ma possono anche sorgere da considerazioni prettamente economiche e non finanziarie.

Quando non si trova all’origine della crescita, un’espansione creditizia può supportare un boom nel momento iniziale o espanderlo durante la sua seconda fase. In ogni caso, la manipolazione del credito ha come conseguenza principale quella di spingere una crescita oltre la sua dimensione fisiologica e quindi di favorire una allocazione dei beni di capitale non coerente con le preferenze dei consumatori. Tale errore di allocazione avviene, con o senza espansione del credito (si tratta semplicemente di un fattore di misura e non di sostanza), durante il boom secondario. Tale processo è all’origine della necessaria fase di liquidazione, e di ristrutturazione dell’allocazione di capitale, che normalmente chiamiamo crisi.

Quello che è accaduto nel ’29 ha a che fare con questo? E così nel 2008 (ovvero 2007)?

All’origine della crisi del 1929 troviamo l’euforia imprenditoriale, e non solo finanziaria, dei cosiddettiruggenti anni ’20, mentre il crollo del 2007 è da imputarsi al boom immobiliare iniziato attorno al 2004-2005 in cui la manipolazione creditizia ha giocato un ruolo molto importante. Origini economiche con conseguenze economiche.

Una risposta molto simile alla spiegazione di Ryan Gosling ne La grande scommessa, che la rende accessibile al pubblico in sala.

Si posso evitare queste crisi? Se sì, come?

Per quanto dolorose, le crisi economiche sono da considerarsi anche come un necessario momento di pulizia. Esse fanno emergere quali iniziative imprenditoriali erano solidamente fondate, quali necessitano di aggiustamento e quali invece debbono essere liquidate. Come economisti dunque non possiamo esimerci dal notare gli effetti benefici di tale processo di pulizia e di tentato riaggiustamento della struttura produttiva nella direzione delle preferenze dei consumatori.

Cosa ci insegna la memoria di Wall Street?

La memoria di Wall Street dovrebbe semplicemente ricordarci che le nostre azioni hanno conseguenze. Nel tempo, i mercati potrebbero mutare sotto l’aspetto tecnico ma non scompariranno. Essi cesseranno di esistere solo quando i bisogni svaniranno e con loro la scarsità delle risorse che soddisfano quei bisogni. In buona sostanza, scompariranno quando non esisterà più l’uomo. Nel frattempo, sarà bene imparare a vivere surfando sulle onde delle fluttuazioni cicliche, cercando di comprenderne la natura, e nella speranza, spesso vana, che la storia insegni qualcosa.

 

Vi è piaciuta l’intervista? Seguite il professore sui social e non perdetevi The Wolf of Wall Street, se volete immegervi nella borsa degli anni ’20, diretta da un magistrale Scorsese.

Altrimenti se volete tentare di capire delle dinamiche di mercato più recenti, grazie ad attori eccezionali (Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling e Brad Pitt) e un montaggio suggestivo, La grande scommessa è il film per voi. Interessante il fatto che l’elemento comune di entrambi i film, oltre alla crisi economica, è Margot Robbie.