Interviste

19 maggio 2016

Whiskey Tango Foxtrot, quando l’inviato al fronte è donna

di Anna Martellato
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Whiskey Tango Foxtrot, nei cinema il 19 maggio, è il film basato sul libro The Taliban Shuffle scritto dalla giornalista americana Kim Barker, inviata di guerra in Afghanistan e Pakistan nel 2011. Tina Fey interpreta la giornalista e ne rappresenta una versione tragicomica: la donna, frustrata dalla proprie vicende personali e inviata come reporter di guerra a Kabul, si troverà a comprendere “sul campo” quanto ogni giorno della vita sia prezioso e incredibilmente incerto.

È così anche nella vita vera? Cosa deve affrontare una donna, una giornalista, un’occidentale, corrispondente oggi in Medio Oriente? L’abbiamo chiesto a una giornalista che rappresenta questo mondo, per la carta stampata: Francesca Paci de La Stampa.

Classe ’71, romana, capelli ribelli e due occhi profondi decisi a capire il mondo. Esperta di Medio Oriente, Francesca Paci è stata a Londra, Gerusalemme, Egitto, Turchia, Israele. Corrispondente per La Stampa, due libri sull’Islam, si occupa anche del blog Oridente – una sintesi di Oriente e Occidente – e ha raccontato le Primavere arabe mentre era incinta. Sua figlia è nata alla fine del 2011: “È lei ad avermi insegnato la prudenza. E a fiutare i pericoli”.

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Quali sono le difficoltà che hai incontrato mentre eri corrispondente in Medio Oriente?
Ricordo quando cercavo casa a Gerusalemme, una città aperta ma piena di muri invisibili come nessun altro luogo del mondo. Le persone con cui avevo contatto, dai colleghi agli umanitari di stanza lì, mi dicevano: “Vai a est, nella parte araba, è politicamente più corretto”. Io ho provato, ma poi l’ho presa a ovest. Gerusalemme est, il cuore del conflitto, è la zona più disagiata: ci sono meno servizi, le strade sono meno illuminate, la sera in giro si incontrano soprattutto uomini e per una donna che rincasa da sola a qualsiasi ora il disagio è palpabile. Ho pensato che avrei dovuto parcheggiare sempre guardandomi le spalle. L’occidentale Tel Aviv non era una chance, bisogna stare a Gerusalemme per capire la storia e così sono andata dove potevo farlo al meglio, a ovest. In questa professione, soprattutto se sei donna e soprattutto se sei di base in Medio Oriente, conta una sola cosa: usare la testa. Io ero lì per lavorare. E volevo stare dove potessi garantire il risultato migliore.

Sei stata anche in Israele. Qual è la cosa che più ti ha stupito?
Quando arrivai in Israele per prima cosa noleggiai una macchina. Da poco era stato costruito il muro tra Israele e Cisgiordania. Lo percorsi tutto, da entrambe le parti: 630 chilometri. Volevo vedere da vicino le due comunità, le persone a cui la recinzione aveva tagliato magari il campo, il giardino, la casa. Dopo la seconda Intifada, nel 2000, il muro ha separato gli israeliani e i palestinesi che fino ad allora avevano convissuto in modo più integrato. Sono loro l’emblema della divisione: le comunità fisicamente più lontane, ma in realtà più vicine di quanto si possa pensare. Israeliani e palestinesi che magari non si amavano ma prima del muro condividendo la quotidianità e andavano avanti insieme. Ecco quello che mi ha stupito di più.

Hai mai pensato potesse succederti qualcosa?
Ho l’impressione che in realtà in certe zone le donne abbiano più sale in zucca di quanto si creda. Molte di loro, direi quasi tutte, sono consapevoli delle condizioni e dell’ambiente più maschilista e più tradizionale, un tessuto sociale conservatore con un immaginario represso. Certamente lavorare in Medio Oriente è più rischioso che a Roma, però io mi sono sempre ripetuta quanto dicono gli americani ossia che “un giornalista morto è un cattivo giornalista”. Rischiare gratis, per l’adrenalina e basta non serve a portare a casa un buon reportage. E da quando ho mia figlia che mi aspetta a casa me lo ripeto ancora di più.

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C’è qualche episodio inerente?
Alla fine del 2012 ero in Turchia, ad Akçakale, un paese al confine con la Siria. Ero con dei colleghi stranieri oltre il filo spinato, in Siria, quando a un certo punto alcuni uomini del Free Syrian Army che controllavano la zona ci hanno proposto di andare sulla linea del fronte con i pick up per vedere in diretta lo scontro con i carri armati di Assad. I miei colleghi sono saliti e all’inizio sono salita anch’io, istintivamente. Poi mi sono chiesta cosa aggiungesse al mio servizio. Avevo già la mia storia, voci, volti, impressioni, non avevo bisogno di vedere nessun carro armato. Quella non era paura, era prudenza. Rischiavo di lasciare lì la pelle e a Roma una bambina di un anno.

Lo Stato Islamico radicato in Europa. Come possiamo capire senza avere paura?
Gli attentati di Parigi e Bruxelles sono diversi da quelli che avvengono ogni giorno nelle città del Medio Oriente. In Iraq, in Siria, in Turchia, il numero dei morti è molto più alto così come i rischi quotidiani. Ma è indubbio che la linea del fronte si è spostata e noi siamo dentro alla guerra. La presenza dell’ISIS a Raqqa o in Iraq e la radicalizzazione di quartieri come Molenbeek, a Bruxelles, hanno radici comuni. Il fenomeno può essere interpretato da diversi punti di vista, ma si tratta di punti di vista vicini concettualmente anche se non geograficamente.

C’è un Paese, un evento o una storia che ti è rimasta più impressa?
Una storia che mi porto dentro costantemente è l’Egitto di cui la morte terribile di Giulio Regeni è solo la punta dell’iceberg. Più che una storia è il processo del compimento di una storia che mi interessa, un processo iniziato assai prima del 2011 – bisogna risalire almeno al 2005 – e che in modo frammentato ha visto crescere una consapevolezza politica nei giovani che ne erano privi. Le giovani generazioni egiziane più alfabetizzate e liberal stanno combattendo, in maniera naif e forse un po’ casuale hanno imposto al Paese la loro volontà di partecipare contro la cecità opportunista che caratterizzava le generazioni precedenti (e ancora oggi gran parte dell’Egitto). Il caso Regeni è la punta dell’iceberg ma serve a squarciare il velo su cosa sta accadendo oggi in Egitto.