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13 marzo 2019

Boy Erased: storie vere di coming out

di Gaia Giuffredi
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Boy Erased – Vite cancellate è la storia di Jared.

Ma potrebbe essere quella di John, Sam, Paul… del vostro vicino di casa che vi presta sempre lo zucchero quando lo finite e volete assolutamente fare una torta; del figlio della cassiera del supermercato che passa a prenderla a fine turno perché ha appena preso il foglio rosa e deve fare pratica; del vostro compagno di banco delle superiori, quello che andava benissimo in matematica ma rischiava puntualmente di essere rimandato in latino e greco.

Oppure sarebbe potuta essere la vostra storia.
Magari lo è stata davvero.
Nel caso, mi ergo a portavoce dell’umanità e vi chiedo scusa.

Nessuno merita di subire quello che subisce Jared nella pellicola in sala da domani 14 marzo. O quello che ha passato Garrad Conley, autore del libro da cui Joel Egerton ha tratto la sceneggiatura.

Jared è un ragazzo come tanti – ecco il perché di tutti gli esempi di prima.
Jared ha degli amici, due genitori che lo amano e una vita davanti che aspetta solo di essere vissuta. Si è iscritto al college e non vede l’ora di lasciare la sua piccola realtà di provincia per conoscere il mondo. Un po’ come tutti i diciannovenni, insomma.

Poi, succede qualcosa, qualcosa che cambia la sua percezione di se stesso per sempre.

Jared, a differenza di tanti altri che si sarebbero chiusi in loro stessi e non avrebbero affrontato il cambiamento, ha il coraggio di parlarne con i genitori e di dirlo ad alta voce: “Mamma, papà, credo di essere attratto dagli uomini.”

Ed è qui che comincia la tragedia di Jared, è qui che la sua storia smette di essere normale.

Del tempo per “metabolizzare” è concesso a chiunque, soprattutto se sei un pastore battista dell’Arkansas. Quello che invece non ti è concesso è reagire mandandolo in un centro correttivo religioso, dove “aggiusteranno” tuo figlio e lo convinceranno che il suo essere è sbagliato e che l’unica via, quella giusta, è quella dell’eterosessualità.

Immagino che cosa starete pensando.
Che tutto questo è assurdo.
Che quello di Jared o Garrad – a seconda di come vogliamo chiamarlo – è un caso isolato. Che ai vari John, Sam, Paul, vicino di casa, figlio della cassiera e compagno di classe non succederebbe mai. Non oggi, non nel ventunesimo secolo.

Mi dispiace darvi questa brutta notizia: succede.

Le storie di coming out non sempre hanno un lieto fine.

Le storie di coming out spesso non cominciano nemmeno, perché si ha paura di aprirsi al mondo. La paura di non essere accettati ti costringe spesso a vivere una bugia, a far buon viso a cattivo gioco. “Fake it, ‘till you make it”, come viene ripetuto più volte nel film, fingere finché non ti convinci che quella bugia è la verità.

Questo è ciò che faceva un ragazzo, che qui chiameremo Giulio per proteggere la sua privacy.
Giulio mi ha raccontato la sua storia.

Non viene da una realtà di grande città metropolitana. La sua difficoltà in primis è stata accettare se stesso perché non vedeva nessuno “come lui” per le vie della sua città.

Era spaesato, conduceva quasi una doppia vita.
Da una parte era il bravo ragazzo che portava a casa la fidanzatina di turno, dall’altra aveva relazioni saltuarie con buona parte dei compagni di classe.

Per lui il punto di svolta è stato innamorarsi. Di un ragazzo.
Un ragazzo che non aveva mai vissuto nascosto e che non voleva di certo cominciare in quel momento. Che non voleva essere presentato agli amici di Giulio come un conoscente tra i tanti, che non voleva dover sempre giustificare la sua presenza se andava a studiare con loro o si univa per pranzo.

Lo ha messo con le spalle al muro e lo ha posto davanti una scelta: o diventavano una coppia a tutti gli effetti, o la chiudevano lì.

Giulio era innamorato, di quel primo amore che ti convince che puoi scalare le montagne a mani nude e che, una volta in cima, non senti il freddo.

Così Giulio lo ha detto agli amici e loro hanno sorriso.
Così Giulio lo ha detto a sua madre, ma non è andata tanto bene.

Gli dice che non può raccontarlo in giro, perché chissà cosa direbbe la gente, cosa penserebbe. Gli dice che non può nemmeno confidarsi con gli altri parenti. E gli dice che le dispiace, che la sua vita sarà faticosa, molto faticosa per questo suo essere omosessuale.

Giulio ci ha messo quasi un anno in più a dirlo anche a suo padre, temendo la stessa reazione che aveva avuto dall’altra parte.

Invece questa storia un piccolo lieto fine ce l’ha, perché finalmente Giulio è stato abbracciato e gli è stato detto: “Se rende felice te, rende felice anche me”.

Il percorso del coming out è difficile, lungo.

Spesso si tratta prima di fare coming out con se stessi, capire cosa si vuole dalla vita, chi si ama. Senza chiedersi il perché.

Per Matteo (nome di fantasia anche in questo caso) è stato così.

Dice di non essere convinto di essere nato gay, ma che siano state le sue esperienze di vita a portarlo su questa strada. Crede che ci siano persone che lo sanno fin da subito, crede tu possa “nascere gay”, ma non crede che sia questo il suo caso.

Il suo percorso di accettazione è durato quasi due anni, due anni in cui si è fatto tutte le domande possibili e immaginabili, chiedendosi se fosse vero quello che sentiva, chiedendosi cosa fosse quello che sentiva.

È arrivato a una conclusione: sì, era gay.
Basta domande e basta dubbi.
Lui era così e doveva innanzitutto accettare se stesso.

Parlane in casa è arrivato dopo, anni dopo. E all’inizio sembrava fosse andato tutto bene, che la sua storia fosse già finita e con un lieto fine.

Poi è subentrato il panico, soprattutto da parte di sua madre. Di suo padre non sa, anche se crede che la linea di pensiero fosse la stessa.

È con sua madre che si scontra, che litiga, sono colpa sua i mal di pancia e le porte sbattute.

Arrivano però a un nuovo equilibrio, i toni si abbassano e i rapporti si fanno meno tesi: se Matteo avrà mai bisogno, lei ci sarà. Però non ritorneranno su questo argomento, non tireranno di nuovo fuori questa storia.

E a Matteo questo va bene, è arrivato alla consapevolezza di dire che non ci si può aspettare – e soprattutto non si può pretendere – che tutto siano rose e fiori fin dal principio. I genitori sono esseri umani e ti amano incondizionatamente: non puoi davvero sapere da cosa siano dettate le loro reazioni, cosa ci sia dietro quelle parole.

È normale trovare ostacoli, mi ha detto, sono quelli che ti fanno crescere. Se hai sempre tutto pronto subito, se la tua strada è spianata e non affronti mai una difficoltà, come impari a cavartela? Sul momento lo odi, ti chiedi perché proprio a te, ma nel lungo termine impari ad apprezzare la persona che le difficoltà ti hanno fatto diventare. Perché non puoi giudicare la vita dalle difficoltà di qualche ora, la vita è una maratona.

Chi invece di ostacoli, per fortuna, non ne ha trovati, è stato Gioele.

Lui è l’opposto di Matteo, lui ti dice che l’ha sempre saputo e che, da bambino, aveva una cotta per il suo Action Man.

Il suo coming out è stato semplice, naturale. Lo ha detto a sua madre e lei non ha avuto nessun tipo di problema ad accettare la cosa.

Gli unici episodi spiacevoli di questa esperienza altrimenti idilliaca sono stati alle superiori. Quella dose di bullismo che ha subito perché si è sempre trovato meglio a stare con le ragazze e non lo ha mai nascosto.

Mentre c’era invece a chi non andava bene, chi pensava che Gioele potesse essere l’anello debole e bastassero quattro parole al vetriolo per mandarlo in crisi. Ma Gioele l’ha messo nel sacco. È andato tranquillamente dalla preside a denunciare il tutto e da quel momento non ha più avuto problemi.
Nemmeno quando si è trattato di presentare il ragazzo agli amici.

Sono questo tipo di storie quelle che ci piacerebbe ascoltare sempre. Quelle che ci fanno credere che di Jared al mondo ce ne siano pochi, che l’omosessualità non sia un problema e che quindi non debba essere vista come tale.

Gioele, però, è l’eccezione, mi dispiace soffiare sui vostri castelli di carta.

Gioele ha avuto e ha tuttora una vita felice, esperienze che non l’hanno segnato in negativo e che non l’hanno portato a essere diffidente nei confronti del mondo.

Tuttavia per un Gioele, ci sono due Jared. O tre Giulio. O quattro Matteo.

Ognuno ha la sua storia, ognuno ha le sue cicatrici.

Forse questo è quello che dovremmo ricordarci quando si parla di questo tema, che nessuna storia è uguale a se stessa, ma che soprattutto chi abbiamo davanti è una persona che può essere sopravvissuta a mille battaglie. O starle ancora combattendo.

Non sta a noi accettarla.

Perché non ci sarebbe nulla da “accettare” se ci avesse appena detto di essere eterosessuale.

A noi sta educare i nostri figli perché ci siano più Gioele e meno Jared in questo mondo.