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7 dicembre 2018

Il risveglio del gigante. Pearl Harbor, 7 dicembre 1941

di Matteo Marinello
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Il risveglio del gigante. Pearl Harbor, 7 dicembre 1941

Quando è iniziata la Seconda Guerra Mondiale?
Probabilmente per gli europei iniziò nel settembre 1939, con l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista; nel sud-est asiatico, forse, fu percepita come un’estensione della guerra tra il Giappone invasore e la Cina nazionalista; per gli statunitensi invece, iniziò il 7 dicembre 1941, quando un improvviso attacco giapponese colpì la base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii.

Il Giappone ottenne una grande vittoria tattica: i suoi aerei, che volarono per più di 3000 miglia in mare aperto e in totale silenzio radio, colsero gli statunitensi di sorpresa, uccidendo 2338 tra soldati e civili, distruggendo 165 aerei e affondando 21 navi. Gli americani non riuscirono a intercettare l’attacco, nonostante avessero gli strumenti necessari, forse perché se lo aspettavano contro basi più vicine al Giappone, come le Filippine.

L’attacco fu il culmine della rivalità accumulata tra i due paesi affacciati sul Pacifico. Il governo americano del presidente Roosevelt, per motivi sia politici che economici, aveva preso diversi provvedimenti per ostacolare l’espansionismo giapponese in Asia: diede il suo appoggio ai nazionalisti cinesi contro gli invasori, congelò le proprietà giapponesi negli Stati Uniti e vietò l’esportazione di prodotti siderurgici e petrolio in Giappone, che si era unito nel patto tripartito con Italia e Germania.

C’era stato anche un tentativo di negoziato, ma poiché il governo statunitense impose come condizione irrinunciabile il ritiro giapponese dalla Cina, Tokyo ritenne che la soluzione migliore fosse una rapida guerra con un efficace attacco a sorpresa. Dopotutto, a causa dell’embargo statunitense, il petrolio giapponese si stava esaurendo e bisognava vincere lo scontro prima che ciò accadesse.

Nonostante le vittorie iniziali, l’ascesa del Giappone fu di breve durata, perchè l’esercito e la marina statunitensi cacciarono indietro le forze giapponesi, combattendole nelle varie isole del Pacifico.
Queste battaglie furono immortalate in numerosi film, tra i quali spicca la coppia Lettere da Iwo Jima e Flags of Our Fathers di Clint Eastwood, da vedere assieme poiché presentano senza stereotipi e manicheismi i punti di vista, rispettivamente, di Giappone e USA sulla battaglia di Iwo Jima.

Dunque gli USA si erano risvegliati, abbandonando le ultime reticenze sul partecipare o meno alla guerra, come ricorda l’ammiraglio giapponese Yamamoto nel film Tora! Tora! Tora!, quando esprime il timore che il suo paese abbia destato un “gigante assopito, infondendogli una terribile determinazione“.
La pellicola è del 1970 e richiama i classici film di guerra hollywoodiani, ad eccezione del fatto che si tratta di una produzione congiunta statunitense e giapponese. Il film analizza i momenti precedenti all’attacco, i preparativi giapponesi e le incertezze americane, in un crescendo di tensione fino alla sequenza d’azione finale che mostra in grande stile l’attacco giapponese all’isola hawaiana.

Sebbene il punto di vista e la morale siano chiaramente di parte americana (sa molto da: “state attenti a romperci le scatole altrimenti ve le suoniamo”), anche questo film ha la peculiarità e l’onestà di presentare i punti di vista dei soldati e generali giapponesi, che non vengono percepiti come i cattivi e mancano (quasi) dei classici stereotipi razziali da propaganda di guerra.
La fortuna economica e di critica del film, però, non fu soddisfacente, forse perché uscì in un periodo di transizione per i blockbuster, quando si tentavano ancora formule da Hollywood classica per un pubblico che invece stava cambiando. Comunque, il suo valore è stato riconosciuto nel tempo, e per chi non se la sentisse di affrontare uno sceneggiato di guerra duro e puro, con tutti i canoni del genere e dell’epoca, esiste anche un remake del 2001, Pearl Harbor, diretto da Michael Bay.

Sul lato opposto, bisogna citare 1941 – Allarme ad Hollywood di Steven Spielberg. Unico film satirico del regista, che deride i valori americani di patria, famiglia e militarismo. Ambientato circa una settimana dopo l’entrata in guerra degli USA, prende di mira l’isteria razzista anti-giapponese che gli abitanti della California provarono nelle settimane successive a Pearl Harbor: nella finzione del film, un sottomarino giapponese decide di attaccare Hollywood (e il regista sembra essere d’accordo) mentre l’unica linea di difesa americana è… John Belushi.

Anche 1941 non fu un successo commerciale e ricevette la sua buona dose di critiche, dello stile: “molti dei nostri ragazzi sono morti contro i gialli e non bisogna scherzarci”. Le solite cose insomma. Secondo Spielberg, John Wayne definì la sceneggiatura con il termine “un-american”, che indica una via di mezzo politicamente corretta, molto in voga negli States, per non accusare esplicitamente qualcuno o qualcosa di anti-americanismo. Inutile dire come ciò confermi l’alto valore di comicità e di inventiva presenti in 1941.

Queste considerazioni in merito alla visione americana del nemico richiamano anche un grave episodio di violazione delle libertà costituzionali, accaduto dopo l’inizio delle ostilità: il governo americano, preso anch’esso del sentimento xenofobo anti-nipponico, internò in campi di concentramento più di 110mila cittadini americani di origine giapponese, senza alcuna prova se non la supposizione che potessero collaborare con il nemico.

Sappiamo tutti come andò a finire per il Giappone, ne abbiamo parlato anche qui. Gli USA, invece, grazie alla riconversione delle industrie per fini bellici e al conseguente aumento della produttività, uscirono definitivamente dalla crisi economica: la Seconda Guerra Mondiale, li rese più prosperi che mai, pronti ad accogliere la responsabilità di plasmare un nuovo “secolo americano”, come aveva auspicato l’editore Henry Luce nel febbraio 1941 sulla rivista Life.
Roosevelt, d’altra parte, colse l’affronto di Pearl Harbor come l’occasione per perseguire finalmente il suo disegno internazionalista: mettere fine alle spinte egemoniche violente di pochi paesi e creare un nuovo ordine mondiale di legalità, che sarebbe dovuto sorgere dopo la risoluzione del conflitto, ovviamente con gli Stati Uniti come garanti.