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6 settembre 2016

Venezia 73. The Bad Batch, oltre il confine del mondo tra cannibali e illusioni

di Giulia Sambo
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Culturisti tatuati che segano gambe e braccia umane per farle allo spiedo, una ragazza dal volto angelico che scappa nel deserto tra Stati Uniti e Messico, poi la cittadina di Comfort – un luogo protetto dove le persone “inseguono il sogno”. Così inizia The Bad Batch (Il lotto difettoso) di Ana Lily Amirpour, presentato in concorso il 6 settembre a Venezia 73. Per questo horror-thriller che si gioca il Leone d’Oro, un cast di spicco capitanato da Jim Carey, Keanu Reeves e Jason Momoa. Cruento, eppure affascinante e mai volgarmente scontato, The Bad Batch ha lasciato il segno in sala. E ci ha convinto. La data d’uscita in Italia è ancora ignota.

Arlen (Suki Waterhouse) è una bionda adolescente americana, marchiata con un numero di riconoscimento dietro all’orecchio. Espulsa dagli Stati Uniti d’America, viene rilasciata nel lotto difettoso – un’area desertica destinata a uomini considerati diversi, emarginati che non meritano più di vivere una vita normale in un Paese civile. Abbandonati nel nulla al loro destino, se sfortunati vengono catturati da una comunità di cannibali che si ciba dei loro arti. Capita anche ad Arlen, privata di un braccio e una gamba, la quale però scappa e trova rifugio a Comfort. Qui non trova pace, si rimette in viaggio, cerca vendetta e rapisce una dolce bambina figlia di cannibali. Tra spazi sconfinati e tempeste di sabbia, Arlen viene presa in ostaggio da Joe, il padre della bambina. Colpita dalla sensibilità dell’uomo, e consapevole di non appartenere a nessun luogo, Arlen capisce che per essere davvero libera deve ascoltare ciò che le dice il cuore. E agire di conseguenza.

Crudo all’inizio, rarefatto sul finale, The Bad Batch è un film col suo perché. Onirico, senza tempo e assurdo, ha come protagonisti gli esclusi dal mondo. Persone indegne esiliate da tutto e da tutti. Persone che vivono alla giornata. I cannibali, che apparentemente sono i malvagi della storia, in realtà sono soltanto l’altra faccia della medaglia; a Comfort esiste infatti un’altra setta, altrettanto deviata e ambigua. Le due comunità rappresentano due modi di reagire alle difficoltà. La seconda fa leva più sulle ideologie, complice un leader carismatico profeta di una nuova “religione”. Nel mondo, o fuori dal mondo, gli uomini hanno sempre bisogno di credere in qualcosa. The Bad Batch mostra in questo senso il risultato di un esperimento sociologico.

Liberi o meno, gli esseri umani determinano il proprio destino con le azioni; ecco l’altra tematica forte del film. Arlen e tutti gli altri sono ormai condannati e non possono fare nulla se non accettare la loro condizione. Ma anche nella più totale disperazione, gli esseri umani provano sentimenti e si innamorano. Ed è grazie all’amore che trovano sollievo, che provano a rinascere. Come possono. Ci piace pensare che sia questo il messaggio più profondo di The Bad Batch.