Film di qualità

7 febbraio 2017

Split, il grande ritorno del regista M. Night Shyamalan

di Filippo Baracchi
Continua a leggere

Con Split, al cinema dal 26 gennaio con Universal Pictures, lo psicopatico Kevin – che rapisce tre ragazze in un parcheggio del supermarket e le rinchiude nel sotterraneo dove vive – e l’articolazione delle sue ventritré personalità che esploderanno in una ventiquattresima, il cinema di di M. Night Shyamalan riprende le sue origini.

Indiano, trasferitosi da bambino con la famiglia negli States, rappresenta ad oggi uno degli autori del cinema americano più originali degli ultimi vent’anni. Stimato dalla cerchia storica di Hollywood (Spielberg, Zemeckis), è il regista che nel 1999 fu capace di riprendere il genere horror conferendogli nuova linfa e prospettiva.

Con The Sixth Sense – Il sesto senso aveva rivoluzionato il modo di narrare attraverso la storia di un ragazzino capace di premonire i morti: lavorando sugli elementi che soltanto il cinema di Hitchcock era in passato riuscito a proporre, era riuscito infatti a realizzare dettagli, suoni e atmosfere chiare e riconoscibili al pubblico.

Il sesto senso è stato uno dei maggiori incassi di fine ’90, capace di lanciare la successiva carriera del regista: Unbreakable – Il predestinato, Signs, Lady in The Water sono alcuni dei titoli successivi che avrebbero definito infatti la sua idea di cinema. Purtroppo in un sistema orientato al profitto come Hollywood, chiunque abbia delle idee autoriali è costretto a scendere presto a compromessi. E Shyamalan si è perso, fino a quando nel 2015 è ritornato al genere prediletto, l’horror The Visit.

Con l’horror-thriller Split continua il sodalizio con il produttore indipendente Jason Blum e si riporta il cinema di Shyamalan alle origini, ma rinnovandole e definendole secondo i tempi (già era successo con il precedente The Visit). Giusto per ricordare, tra il 2009 e il 2011 il cinema è coinvolto nel passaggio tecnologico da analogico a digitale. Eppure questo non ha portato a significativi cambiamenti narrativi nel sistema americano, eccetto l’illusione del 3D e dei noti VFX.

Con lo psicopatico Kevin Wendon Cramb (interpretato dall’attore scozzese James McAvoy), una sorta di Norman Bates contemporaneo, il cinema di Shyamalan viene riconfigurato, ricodificato secondo i parametri digitali (basti pensare alla grafica dei titoli iniziali), creando un gioco con lo spettatore e rendendolo finalmente protagonista.

Questo anche grazie ad una narrazione indipendente, che affronta il sottile tema della disabilità mentale delineando un archetipo positivo, umano e postcontemporaneo (come era stato con Bruce Willis alias L’uomo di vetro di Unbreakable, che compare alla fine del film), ma anche e soprattutto ad una rappresentazione veritiera dell’America di oggi, dove la follia sembra aver colpito le fondamenta morali della società (ad esempio la vicenda di Casey interpretata da Anya Taylor-Joy).

Tutto montato attraverso un crescendo, fino all’esplosione della ventiquattresima personalità di Kevin. Del resto, come afferma il protagonista sul finale, “Chi ha sofferto, è più evoluto”.