La versione di Marco

1 settembre 2017

Recensione: Dunkirk

di Marco Rizzini
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Il 31 agosto è uscito in Italia Dunkirk, l’ultimo capolavoro di Christopher Nolan.

Dunkirk è un lavoro diverso. Un film di guerra quasi senza sangue, senza urla, con morti silenziosi e mimetizzati tra le onde del mare.

Nel maggio del 1940, sulla spiaggia di Dunkerque in Francia si trovano intrappolati 400.000 soldati britannici. I tedeschi hanno sfondato ad est e ormai l’ombra della Svastica si allunga sopra all’Europa intera. Gli inglesi in fuga devono attraversare in fretta lo Stretto della Manica e contenere quella che potrebbe diventare una disfatta clamorosa, una débâcle in grado di minare il proseguimento della guerra. Le grandi navi militari e i soldati in attesa di fuggire diventano un facile bersaglio per l’aviazione tedesca. Churchill lancia un appello a tutte le imbarcazioni civili in grado di poter aiutare: pescherecci, barchette della domenica, traghetti di diversa natura partono per fare il proprio dovere.

Nolan decide di raccontare una storia a lui cara, in quanto inglese. La Gran Bretagna è un’isola, orgogliosa di sé e del proprio modo di essere, poco incline ai piagnistei e all’autodenigrazione, tanto cara e sempre alla moda invece nel nostro Paese.

Possiamo definire il film su tre piani spaziali e di narrazione. Aria, mare e terra si alternano in un racconto vorticoso e veloce, mentre la scelta della gestione del tempo diegetico – intendo quello proprio della storia narrata – risulta molto più complicata di quanto guardando la pellicola in sala potesse sembrare. Provate a pensarci, riuscite a ricostruire in soldoni la consecutio temporum?

Dunkirk è un film di guerra claustrofobico, con il ticchettio costante dell’orologio a ricordarci questo conto alla rovescia che porta alla morte. Le musiche e i forti effetti sonori ci guidano in questo viaggio nella paura di morire, nell’ansia di non sopravvivere, nelle anguste stive delle navi che affondano mentre i flutti intrisi di carburante ci bruciano la pelle.

Dunkirk è proprio un ottimo film. Ho letto di un film di guerra senza eroi ma non ne sono convinto.
Non ci sono i Rambo americani ma c’è il ragazzino che muore volontario per salvare i propri compatrioti, ci sono gli avieri che danno tutto per permettere di salvare più uomini possibili e ci sono quelle dolci parole professate dall’ammiraglio, intento a guardare il mare. “È la Patria che sta venendo a salvarci”, o qualcosa del genere.

C’è l’eroismo di una comunità stretta attorno ad una bandiera, una coesione che purtroppo sarebbe impossibile da replicare nel mondo moderno anomico e globalizzato, nel mondo del mondialismo dei consumi sfrenati spacciati come libertà personali. In questa moderna quanto aleatoria idea di Stato che rifugge la concezione sacra di confini, popoli e bandiere, non ci sarà mai una forza capace di opporsi ad una invasione che viene dall’esterno. Ci sarà solamente, purtroppo, una sterile accettazione dello status quo. E qualche c***o di commento sagace in Facebook o qualche Tweet divertente dei nuovi rivoluzionari da tastiera.

Sullo schermo echeggia invece la virtù in voga fino al secolo scorso, dove morire da eroe per una Idea degna era preferibile ad una vita di sopravvivenza, tra mercato nero e nascondigli in montagna.

Non ci sono invece, se non come ombre lontane e mai messo a fuoco, i “cattivi”. Una scelta che condivido, così da concentrarsi del tutto sugli aspetti umani di questa epopea.

Dunkirk mi è piaciuto. Musiche, fotografia, attori. La scelta di come raccontare gli eventi, in un film che risulta quasi muto, di certo parlato pochissimo. Sono i rumori forti della guerra, delle onde, delle esplosioni, degli aerei in picchiata, del terrore della morte così vicina, della paura di non sopravvivere.

È un film corale, dove i tanti attori impegnati svolgono un ottimo lavoro alternandosi sulla scena, senza mai emergere o prevaricare uno sull’altro: nessuna storia sembra esser più importante delle altre.

Dunkirk è un film maschile, con buona pace del politicamente corretto che chissà come reagirà ad una quasi totale mancanza di elementi femminili. La guerra è una cosa da uomini, che muoiono in battaglia. Le donne, le madri, le mogli, sono quelle che invece sopravvivono piangendo i caduti e lavandone il sangue dalla memoria.

Una pellicola di guerra da vedere assolutamente, dove la perizia storica si confonde con le ambientazioni grigie proprie di Nolan e del suo mondo narrativo. Il regista della trilogia de Il Cavaliere Oscuro non tradisce se stesso e sforna un prodotto di prima qualità.

Voto 8 ma vorrei un film sulla nostra Campagna di Russia o su El Alamein, che qui sappiamo tutto delle guerre degli altri e nulla delle nostre.