La versione di Marco

12 ottobre 2017

Recensione: Blade Runner 2049

di Marco Rizzini
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Ieri sono tornato in sala a vedere Blade Runner 2049 per la seconda volta. Dopo la prima – in notturna ed in lingua originale – mi era rimasto qualche dubbio che andava sanato prima di poter dire la mia. Mal sopporto i pagliacci che parlano di cose che non hanno visto o vissuto e lo ammetto col capo coperto di cenere, quella notte mi ero proprio addormentato. Erano le tre di mattina di un giorno lavorativo e mi sento abbastanza innocente: sfido chiunque nel riuscire a restare sveglio in un cinema buio a quell’ora, nonostante proiettassero un film così tanto atteso.

Blade Runner 2049 è un’ottima pellicola, quello che si definisce un “filmone”. Ho già raccontato delle mie aspettative e dei miei sogni in questo articolo, quindi non vorrei dilungarmi su cosa significasse per me il film originale, il Blade Runner della mia giovinezza.

Villeneuve non toppa. Tanti lo temevano, tanti se lo aspettavano, in pochi alla fine sono rimasti veramente delusi da quanto visto in sala. Certo, rapportarsi con un film così epico come quello di Ridley Scott non era affatto semplice e riuscire a riproporre quel grado di profondità era quasi impensabile. Mi ripeto, se cercate un film dove le Intelligenze Artificiali siano realmente protagoniste e dove vivere quel sentimento da più umano degli umani, cercatevi subito quel capolavoro di Ex Machina, filmissimo uscito nel 2015 per il quale ringrazierò sempre la mia collega F.

Blade Runner 2049 segue un determinato percorso, quello del 1982, grazie ad ambientazioni e citazioni, estratti audio e video, replicanti che replicano altri replicanti e la presenza della quasi mummia di Rick Deckard alias Harrison Ford. Lo segue però con caparbietà ma senza ostinazione, nel senso che vive di nostalgia ma senza diventar patetico. Necessita della scontata conoscenza del pregresso narrativo ma senza indugiare in seghe mentali da nerd psicopatici. È un ricordo, è un che di rassicurante, di tranquillizzante. Quando riascolti quel test Voight-Kampff ti senti a casa. È l’imprimatur dello stare facendo un ottimo lavoro, è la benedizione dei propri avi. Sono le lasagne della nonna Gemma ritornando da un lungo periodo all’estero. Sapore di casa, sapore di androidi.

Io ho apprezzato e non poco la nuova deriva presa dal regista, lo scegliere un citazionismo non urlato e che vive nelle piccole cose. Ho trovato una scelta d’ardimento lo scostarsi dalle strette scenografie dei bassifondi cittadini, dove il senso del pieno, del formicaio umano, della mancanza di aria e spazio vitale rendeva la claustrofobia del primo Blade Runner come qualcosa di magico, come uno standard di riferimento per la futura narrazione del futuro. Se uso la mia fantasia, le città del domani me le immagino proprio così. E non solo io, se pensiamo a quanto il mondo della fantascienza sia stato influenzato da questo racconto. Adesso il futuribile non parla più solo giapponese o coreano, ma anche hindi e russo, lingue ed alfabeti che il regista semina più volte nei vari fotogrammi. E poi, soprattutto, rompe con il passato e sceglie quasi sempre ambientazioni aperte ed indefinite, tranne le poche sequenze girate nel caos cittadino. La nebbia radioattiva, lo spazio senza limiti se non quello definito dalle carcasse di una civiltà sconfitta e malata.

Il racconto procede spedito e si conferma essere introspettivo, dark, cupo, ansiogeno e claustrofobico. Le musiche sono potenti e sintetiche, con acuti che risvegliano chi è costretto dagli eventi all’abbiocco. Seguiamo il percorso di formazione e di crescita interiore dell’ottimo Ryan Gosling, replicante umanoide ed innamorato a sua volta di un ologramma. Il film è quasi muto, sono pochi i dialoghi e sempre non urlati. Molto più presente è il tema della colonna sonora e delle musiche, che scandiscono tutto il tempo del girato.

Gli attori sono azzeccati, le due generazioni di replicanti a confronto non deludono affatto, così come non deludono nemmeno gli altri attori minori. Di certo, di questa pellicola più che le interpretazioni singole si ricorderà la trama narrata e la potenza di quel miracolo, quell’evento capace di cambiare per sempre la storia dell’uomo. Chissà se dovremo aspettare un’altra trentina d’anni per vedere un terzo capitolo di questo grande capolavoro, un episodio dove una nuova razza avrà preso del tutto il sopravvento sull’umanità che conoscevamo.

Qualche difetto? La lunghezza, assolutamente. Quasi tre ore di film sono troppe per chiunque, dal girato si poteva omettere almeno una ventina di minuti. Io in toto avrei tagliato la scena dell’inseguimento finale. E forse avrei gestito in maniera differente la colonna sonora, che Vangelis è un grande e quel suo suono è capace sì di conquistare, ma anche di rompere i coglioni quando troppo esagerato e reiterato.

Soprattutto quando mi sveglia mentre stavo sognando di essere Hugh Hefner.

Voto 8 e 1/2 e complimenti al regista: non era affatto scontato riuscire a fare bene.