La versione di Marco

10 novembre 2017

Recensione: Borg McEnroe

di Marco Rizzini
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Ieri ho visto un film molto interessante: Borg McEnroe. La trama è avvincente, racconta di uno spannung narrativo quanto sportivo, del momento di incontro tra due campioni, i più forti della storia del tennis. Prima avversari e nemici, poi nel tempo amici e compagni negli anni a venire. Un grande classico della vita.

Siamo alla fine dei favolosi anni ’70 e nel mondo di questo sport c’è un solo nome: Bjorn Borg. L’uomo di ghiaccio, lo svedese che non lascia trasparire nessuna emozione, il campione del rovescio a due mani. Potenza e controllo, precisione e dettaglio. È una star, è un campionissimo. Ha già vinto ben quattro tornei di Wimbledon uno dopo l’altro e si appresta a combattere per il quinto. Ma non è così semplice, dato che ha davanti a sé l’astro nascente del tennis proveniente dal Nord America: John McEnroe, la peste.

I due vengono da mondi completamente diversi. L’eleganza europea e la calma nordica contro l’impeto sguaiato d’oltreoceano. Il giovane sfidante ha molto da dare– e sappiamo tutti com’è andata a finire negli anni successivi a questo match – ma ha un carattere a dir poco spigoloso. Iracondo e sempre incline a litigare con gli avversari, con il pubblico e con gli arbitri.

Il valore aggiunto di questa pellicola risiede proprio nel come vengono tratteggiati con perizia i due protagonisti principali. Uomini veri, uomini fragili, in balia di un successo che può anche distruggere. La tensione dell’essere il predestinato alla vittoria. Non dev’essere affatto facile: sono tutti lì che aspettano solamente un tuo passo falso.

Il film è realmente molto bello. Il regista Janus Metz, svedese, sforna un prodotto di qualità che non snoia e che non risulta ostico o poco interessante anche ai non amanti di questo sport. Non solo per come vengono raccontati i personaggi – di cui già ho parlato – ma anche per le ambientazioni, per le felpe Fila o di Sergio Tacchini, per l’epica stessa del racconto sportivo, sublimato in quell’ultimo match in finale.

Gli attori sono due portenti, perfetti nel portare sullo schermo le due diverse personalità. Sverrir Gudnason, attore svedese dal lungo capello selvaggio e biondo, fa intuire nei lunghi piani sequenza la fragilità di quest’uomo che pur sembrando di ghiaccio, lascerà il tennis giocato alla prima sconfitta alla tenera età di ventisei anni, dopo aver dimostrato al mondo di essere uno dei campioni più forti della storia. Shia LaBeouf, attore che a me personalmente non sta troppo simpatico, è veramente a suo agio nel rendere il personaggio di McEnroe, riuscendo a raccontare con maestria il suo percorso di crescita interiore come uomo e come sportivo.

Voto 8 e credo mi farò crescere i capelli.