La versione di Marco

4 maggio 2017

Recensione: Boston – Caccia all’uomo

di Marco Rizzini
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Boston – Caccia all’uomo è un film che racconta dell’attentato alla maratona di Boston accaduto nel 2013.

Il titolo originale è Patriots Day e ci racconta di quando i due fratelli Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev decisero che era il momento di guardarsi dei tutorial su YouTube per poi fabbricarsi in casa degli ordigni. Da far esplodere nel rettilineo finale dell’arrivo della corsa. Il vero e proprio sogno americano, non trovate? Entrati come richiedenti asilo, si erano radicalizzati piano piano arrivando ad odiare quella che doveva essere la loro terra promessa. Erano nati in Kyrgizistan da genitori di origine cecena, dopo aver ottenuto la carta verde e lo status di rifugiati, avevano ben pensato di rivoltarsi contro la società che li aveva accolti. Chi l’avrebbe mai detto!

È un film asciutto, un poliziesco d’indagine. Racconta le 72 ore dopo il fatto, con i cerchi concentrici degli investigatori che si stringono sempre più sulla coppia dei sospettati, fino al dramma finale. È una storia vera e stavolta vera davvero. È un caso di cronaca nera successo solo una manciata di anni fa, forse troppo presto per girarci sopra un film.

La polemica in patria non si è fatta attendere, anche se il film ha avuto un buon successo di pubblico e critica. Da quel che vediamo sullo schermo, i due non sembrano proprio dei geni. Ricordano più dei coglioni che si sono trovati lì per caso, cazzeggiando online. Mi colpisce che questi due sono gli unici disarmati in tutti gli States, senza nemmeno una pistola a testa. Uno spaccia erba a tutto il college e l’altro ha il computer pieno di pornografia. Uno è un ragazzetto giovanissimo plagiato dal fratello maggiore, l’altro una bella moglie Made in USA. Bionda, con gli occhi chiari e con il velo da convertita in testa. Sbabbioni e nerd pronti a farsi esplodere tra un bong e l’altro, capaci di mandare messaggi e smile sorridenti agli amici dopo che le loro foto segnaletiche venivano date in pasto al pubblico in diretta televisiva. Non proprio terroristi da copertina.

È un film che si vede volentieri, senza troppa emotività e senza calcare la mano sul patriottismo di maniera. Che ad un occhio europeo risalta comunque, sia chiaro. Il regista Peter Berg è uno dei pochi registi di “destra” di Hollywood. È quello di The Lone Survivor e del vecchio ma ancora valido Cose molto cattive. Non ha la forza e la bravura di un grandissimo come Clint Eastwood – l’altro ribelle della cinematografia americana, democratica quasi al cento per cento – ma è comunque un uomo capace di raccontare una storia, di certo non l’ultimo arrivato.

Racconta di un’America forte della propria idea di comunità, del noi contro loro. Sono valori propri di un cinema arcaico che non fa più notizia, in una modernità tendenzialmente più attenta a temi quali la diversità etnica, sessuale o religiosa. Invece qui si parla della maggioranza, di una città che si stringe su se stessa per espellere i germi di chi non è riuscita ad assimilare nel proprio way of life. Nemmeno regalando assistenza e documenti. Non c’è etnia, non c’è colore della pelle, non c’è heritage che tenga. Ci siamo noi contro loro. Come nella scena in cui si fronteggiano la convertita moglie del terrorista “nata in una stanza piena di fiori e palloncini” e la figlia di rifugiati nata in una tenda da campo. Una ha scelto i valori a stelle e strisce, l’altra qualcosa che forse non possiamo capire e che di certo non è compito di una pellicola come questa spiegare.

I fatti vengono raccontati attraverso gli occhi di un detective della omicidi, interpretato da Mark Wahlberg. È bravo ed attento nella sua interpretazione, ligio a quanto richiesto dal plot. Un eroe delle piccole cose, discreto e lontano da come ti aspetteresti da un film d’azione.

Boston – Caccia all’uomo guadagna la sufficienza senza strafare, con la pulizia del racconto e delle sue inquadrature di stampo documentaristico.

Voto 6+ e tanti saluti dalla ridente Grozny.