La versione di Marco

24 novembre 2017

Recensione: Detroit

di Marco Rizzini
Continua a leggere

Dal Detroit di Kathryn Bigelow mi aspettavo una profondità diversa.

Andrò controcorrente su quelli che vengono definiti film “necessari”, ma a me questo titolo non è affatto piaciuto. Mi ha turbato, mi ha dato ansia, mi ha fatto stare male. Ma il sadismo che vediamo sullo schermo, la cattiveria degli uomini in divisa contro i colored e i bianchi loro amici, l’ho trovata più affine al filone del torture horror che ad un vero film di denuncia.

La storia romanzata nasce da un fatto di cronaca nera avvenuto durante le rivolte razziali del 1967. Come dopo l’omicidio di Rodney King o come quest’estate dopo i fattacci di Charlottesville, la rabbia dei neri sfocia in saccheggi e devastazioni contro tutto e contro tutti. Non ho mai capito cosa serva dar fuoco alle macchine e distruggere le vetrine dei negozi, ma tant’è che queste cose vanno sempre di moda a tutte le latitudini. Dei ragazzi innocenti si ritrovano al posto sbagliato nel momento sbagliato, nulla di più classico. Qui inizia un film dell’orrore vero e proprio, con tensione alle stelle, torture psicologiche, percosse e sangue a fiumi. Dei poliziotti psicopatici – bianchi – non reggono la tensione e uccidono a sangue freddo tre sospettati di aver sparato da un hotel con un fucile da cecchino sulla Guardia Nazionale. Non era vero, uno di loro aveva semplicemente usato una pistola da starter per fare il gradasso, fingendo di sparare addosso agli agenti. Una vera volpe, insomma. Un’arma a salve che si usa per dare il via alle gare di atletica condurrà alla morte troppe persone innocenti.

Ecco, gran parte del film si svolge proprio in queste stanze chiuse, in una Diaz americana dove i diritti sono sospesi a tempo indeterminato, dove l’unica lingua parlata è quella della violenza e della vendetta. Questa volta siamo oltreoceano e indietro nel tempo, ma a volte capita di essere in una prigione, in una stazione di servizio o in uno stadio italiano, anche ai giorni nostri. Un ragazzo di nome Luca tifoso della Sambenedettese è in ospedale da due settimane per le pesanti manganellate ricevute dopo una partita di calcio di Serie C. In un mondo di telecamere onnipresenti, proprio quei fotogrammi incriminati sembrano mancare. I media non ne parlano, molto meglio parlare dei troll russi che inspiegabilmente possono tutto: “L’ho letto su Repubblica, avete visto che bello il font nuovo?”. Le ingiustizie di uomini impuniti abbondano, siano essi colletti bianchi, camicie eleganti o divise blu. Senza fare di ogni erba un fascio, è necessario confrontarsi con la realtà e punire i colpevoli, qualsiasi divisa essi portino, per rafforzare una società che deve basarsi sull’ordine e sulla ferma onestà dei suoi rappresentanti.

L’anteprima di Detroit mi ha guastato la serata. La pellicola a me non è piaciuta. Mi ha disturbato, facendomi riflettere ancora una volta su quanto la violenza permei la società americana di ieri e quella di oggi, dove nessuna società multirazziale sia mai riuscita davvero a esistere nonostante le tante belle parole di buonisti e sfegatati adepti della nuova religione laica del politically correct. E questo è l’unico aspetto positivo, il riuscire a colpire nello stomaco e ad attorcigliare budella, sparandoci in faccia ingiustizie e dolore. Ma non c’è trama, non c’è una storia, non c’è un racconto, non c’è un approfondimento su due mondi che non riescono a convivere.

Se devo parlare di scontri razziali e di conflitto, sceglierò sempre il Do the right thing di Spike Lee. Parlo di un film del 1989, per farvi capire quanto questa tematica sia endemica della società americana, quelli che vorrebbero spiegare al mondo come vivere in democrazia, pace e prosperità.

Mi aspettavo molto di più da una regista valente come la Bigelow, che oltre al capolavoro di Point Break – Punto di rottura (1991) era riuscita a bissare i suoi traguardi con The Hurt Locker (2008) e Zero Dark Thirty (2013).

Degli attori non si può dire molto. Reputo perfetto per la parte dello sbirro cattivo Will Poulter, con quella faccia da schiaffi, odioso che la metà è abbastanza. L’abbiamo visto in una parte simile anche in Revenant – Redivivo (2015).

Voto 5+ e adesso vado subito a vedere in Google che fine ha fatto quel genio di Spike Lee.