La versione di Marco

30 gennaio 2018

Recensione: L’ora più buia

di Marco Rizzini
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L’ora più buia è quella in cui ci si addormenta in sala.

L’ora più buia è l’ultimo film di Joe Wright, il regista di quel quasi successo di Espiazione. Il titolo narra dell’ascesa alla carica di Primo Ministro da parte del controverso Winston Churchill. Con fare da commedia, si raccontano le lotte intestine tra le due ali del partito conservatore inglese. Churchill è un falco della prima ora, un’interventista che per le sue scelte ha già fatto massacrare numerose divisioni inglesi nella battaglia di Gallipoli. No, non quella in Salento, dai leggetevi un libro, fatelo per i millenni di storia e civiltà che immeritatamente rappresentate.

In ogni caso, nell’ora più buia, quella che precede gli eventi di Dunkirk con i tedeschi che hanno ormai conquistato l’intera Europa occidentale, vincono i falchi. Si poteva trattare con Hitler? Con il senno di poi, no. Con la morte nel cuore di chi ha visto una generazione falciata via dalla prima Guerra Mondiale e dall’esperienza della trincea, era un tentativo che si poteva fare o almeno pensare. Non mi sento di dare del pusillanime a Chamberlain e alle colombe pacifiste da lui rappresentate. Chiaro, nella modernità questo pretesto viene usato per qualsiasi opera di regime change voluto da oltreoceano, con applausi bipartisan a giustificare le guerre umanitarie in Yugoslavia, in Kosovo, in Siria, in Libia, in Donbass e con l’Iran che stanno cuocendo a puntino. La reductio ad Hitlerum diventa ancora una volta la via più immediata per semplificare scelte geopolitiche o per imbavagliare ogni forma di dissenso.

Ma sono pagato per parlar di cinema, a volte lo scordo. Serviva un altro film su Winston Churchill? Forse sì, se serviva a farci vedere l’ennesima grande prova da attore di uno dei caratteristi più formidabili sulla scena odierna. Sto parlando di Gary Oldman, capace di impersonare da Sid Vicious al premier inglese, di trovare il proprio spazio nel Dracula di Bram Stoker, nella saga di Harry Potter o del Cavaliere Oscuro di Nolan.

Però, a parte la sua grande interpretazione, siamo davanti ad un film normalissimo. Piena sufficienza, ma poca emozione. Regia pulita, luci soffuse e dialoghi ad effetto. Un racconto che vive su due binari, quello della commediola con il racconto del personaggio Churchill visto come una quasi rockstar: simpatico, brillante e mezzo alcolizzato. La seconda, dove il dramma della guerra arriva a bussare nel piano della realtà con morte e distruzione, sangue e sacrifici massivi di uomini che spesso non hanno avuto scelta se non quella di obbedire.

Ci ricasco. Non volevo parlare di storia, ma leggendo le recensioni dei miei colleghi è tutto uno stillicidio di Churchill visto come antifascista, nell’accezione odierna e generalista del termine. Prima di tutto la Gran Bretagna – come e parimenti l’Unione Sovietica – combatte una guerra “nazionalista”. Per il proprio Impero, per i propri confini, per l’isola e per il suo popolo. Se animata da nobili ideali globalisti, forse sarebbe intervenuta quando la Polonia, con la quale era da sempre legata da trattati di mutua assistenza, veniva spartita equamente dai due totalitarismi criminali quanto fra loro alleati. A quei tempi non c’era Churchill, vero. Ma a Yalta c’era, eccome. Sarebbe ottuso dimenticarlo, in questa ventata iconoclasta in cui si vuol raccontar fandonie semplici per uomini semplici. Churchill c’era eccome anche nella grande sfilata della vittoria di Parigi. Sfilarono tutti i belligeranti alleati, tutti. Anche contingenti che avevano visto poche centinaia di caduti. Gli unici a cui venne vietato questo momento di gloria e rivincita, furono i polacchi dell’armata in esilio, i senza patria costretti all’esodo, quelli che venivano dai gulag sovietici e che si erano arruolati per combattere anche il nazismo invasore. Non si poteva fare un torto a Stalin facendo sfilare valorosi soldati – quelli di Montecassino – che avevano sì combattuto contro i tedeschi in divisa britannica ma che testimoniavano, vivendo, l’esistenza violenta ed aggressiva delle mire espansionistiche di Stalin e del comunismo.

Non sto dicendo che il premier inglese meriti di stare dalla parte dei cattivi della Storia, figuriamoci. Le sue scelte belligeranti di resistenza ad oltranza pagarono con la vittoria. Bisogna dargli atto che fu un grande statista lungimirante e fortunato. Solo, da qui a farne un paladino del bene senza se e senza ma, la strada è ancora lunga.

Voto 6 e ½ per un film onesto e pulito, ma che non appassiona.