La versione di Marco

9 febbraio 2017

Recensione: Manchester by the Sea

di Marco Rizzini
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Manchester by the Sea è uno di quei film che puntano dritti all’Oscar.

Si troverà a combattere con dei pezzi da novanta quali La La Land e Arrival in una notte degli Oscar che si prospetta veramente al fotofinish. Se gli altri titoli parlano di fantascienza e di gioia di vivere cantata e ballata, qui ci troviamo davanti ad una tragedia. Chi la spunterà?

Manchester by the Sea è davvero un film eccezionale. È la storia di un uomo sconfitto, di una serie di lutti che sfiancherebbero anche il più positivo al mondo.

Lee adesso lavora come custode e tuttofare in un sobborgo di Boston, a qualche ora di macchina dalla sua bella Manchester, cittadina marittima della costa est. Avete presente l’ambientazione della Signora Fletcher? Ricorda la Cabot Cove che tutti abbiamo visto centinaia di volte, toccandoci le palle per scaramanzia ogni volta che la mitica Angela ci guardava sorridente. L’oceano, il vento, i pontili. Le casette bianche, i gabbiani, la serenità di questa parte di Stati Uniti, stranamente in pace con il mondo e dove tutti sorridono. Tutti sorridono tranne Lee, che è costretto a tornare al paese natio dopo la morte del fratello maggiore. Dovrà fare da tutore al nipote sedicenne e affrontare, più di tutto, i demoni della propria vita.

Che filmone, signori. Ho amato realmente tutto di questa pellicola. Gli attori, la regia, il montaggio. L’ambientazione, le musiche, la fotografia. Ed i dialoghi, gli sguardi.

Lo sguardo che voglio ricordare è quello del protagonista, Casey Affleck, che in silenzio riesce a trasmettere sentimenti che tanti attori si sognano. È perfetto nella parte, è bravissimo ed è una spanna sopra a tante altre interpretazioni. È un attore che avevo già apprezzato in altre pellicole: la serie degli Ocean ed Interstellar ma soprattutto in The killer inside me, dove nei panni dello psicopatico assassino riusciva a comunicarci malessere esistenziale e cattiveria. Qui, è di certo al suo meglio. Ha la storia dalla sua, ha un montaggio e un racconto a sostenerlo. E un personaggio da costruire in silenzio, grazie al proprio silenzio. E regalarci, sebbene con poche battute nell’intero film, una grande interpretazione.

Molto brava anche Michelle Williams, la ragazza bionda di Dawson’s Creek qui nel ruolo della ex moglie, importantissima ai fini della narrazione e con un crescendo finale che non sto ad anticiparvi. Perfetto nella parte anche il giovanissimo Lucas Hedges, classe 1997 e già visto in Grand Budapest Hotel.

È un film semplicemente prodigioso, dove ogni personaggio si sublima nella storia complessiva. Una ricchezza tale di characters, di profili a tutto tondo, non la di vedeva da tanti anni. I 130 minuti volano sullo schermo, senza avere nemmeno l’opportunità di spiegare fino in fondo tutte le diverse sfaccettature dei personaggi portate sulla scena dagli attori.

È una storia di sofferenza, una storia di sconfitta che coinvolge tutti. Nessuno escluso.

Non se ne esce, alcuni demoni non ci lasceranno mai liberi. Alcuni brutti ricordi, rimarranno con noi fino alla tomba. Questa è la vita vera, non è un film dove si può tornare ad amare e dove si può guarire facilmente dalle proprie ferite. È un dolore diverso, è una tragedia dove non si piange. Il regista e scrittore della sceneggiatura Kenneth Lonergan (Margaret) non vuole questo, ci porta a soffrire sottovoce per poi apprezzare ancora di più la vita e quello che abbiamo. E lo fa grazie ai sorrisi che riesce a strapparci, grazie al fatto che si alternino registri diversi nello stesso film.

Mi piace questo montaggio alternato, questa storia forte che vive nella potenza di questi dialoghi. Il non riuscire a voltare pagina, la pesantezza di alcune esistenze segnate dal dolore. E ogni tanto, qualche risata inaspettata.

Non è forse questa una parodia della vita?

Voto 8 1/2 per quello che è al momento il mio candidato all’Oscar.