La versione di Marco

17 febbraio 2017

Recensione: Moonlight

di Marco Rizzini
Continua a leggere

Moonlight è un film scontato. Un film di stereotipi, un film dove i protagonisti altro non fanno che le cose che già ti aspettavi.
Lo spacciatore buono, i neri del “ghetto”, la mamma tossica e l’omosessuale vittima di bullismo e omofobia.

Un film che sembra fatto a tavolino per entrare nei salotti buoni del cinema. In punta di piedi, con l’attenzione non scritta di non offendere nessuno. Sebbene privo di particolari meriti, sarà comunque difficile non vincere qualche statuetta – il film in questione è tra i più quotati per la vittoria – parlando di temi così importanti per l’attuale agenda culturale e politica americana.

Moonlight è la storia di una vita. È la storia di un ragazzo afroamericano di Miami la cui madre è nelle spire del crack, una droga che non lascia scampo. Il bambino cresce praticamente da solo, se non grazie all’aiuto di una famiglia quasi adottiva formata da un pusher dal cuore d’oro e dalla compagna. Siamo quello che facciamo, ma siamo anche quello che abbiamo visto in vita. I bambini sanno essere crudeli e spietati, così come i ragazzini. Vediamo il protagonista crescere di giorno in giorno, un animo sensibile alle prese con il difficile mondo del quartiere natio. È vittima di bullismo, insultato perché ritenuto omosessuale e sempre deriso. Finché finalmente non deciderà di farsi valere e di vendicarsi dell’ignominia di chi si credeva più forte.

Belli i ritratti dei personaggi quando vengono presentati con primi piani rallentati e in asincrono, con il sonoro lontano e rarefatto. Sembrano di derivazione pittorica, sembra di vedere qualcosa di Hopper e non solo per il diner americano dell’ultima sequenza. Mi piace anche l’idea dei capitoli della vita che scorrono inesorabili, di come ogni cosa che ci succede abbia poi una ricaduta sul noi del futuro, creando il romanzo della nostra storia.
Ma non basta.

Un’occasione sprecata? Forse raccontare questi personaggi con troppa delicatezza, stando attenti a non sporcarli mai, risulta inutilmente didascalico e fuori da ogni realtà. Se la stessa storia fosse stata raccontata con un’enfasi differente, con più rabbia e con più sporcizia, il risultato sarebbe stato diverso. Ne sono certo. Invece il giovane regista Barry Jenkins, qui al suo secondo lungometraggio, sceglie di raccontarci una storia a tratti autobiografica, esagerando con il garbo, con i colori saturi e con le musiche dolci. Con il risultato di annoiare gli spettatori.

Moonlight non è un film immondo, sia chiaro. È una pellicola onesta ma sopravvalutata, un titolo che in caso di vittoria dovrà ringraziare solamente la dittatura del sorriso e del politicamente corretto, il mantra fondante degli Oscar contemporanei.

Voto 6+ per la mancanza di coraggio