La versione di Marco

4 gennaio 2017

Recensione: Poveri ma ricchi

di Marco Rizzini
Continua a leggere

Poveri ma ricchi è un filmetto divertente.

Non ho mai nutrito una grande passione per i cinepanettoni invernali, anzi. Le porcherie della fu coppia Boldi-De Sica mi hanno sempre lasciato più che perplesso. Leggo sui giornali che i due si rinfacciano debiti da centinaia di migliaia di euro, ma della loro dinasty, poco mi curo.

Accolgo invece con grande gioia il nuovo corso di Christian De Sica, più in linea con la figura del padre, capace di far divertire senza scadere nella più ovvia delle volgarità come modo di essere ed esprimersi.

Poveri ma ricchi non è certo un trattato di fine sociologia ma racconta bene la forza dell’Italia di provincia, di un’Italia lontana dai riflettori che si sbatte per tirare a fine mese, un Paese che non si arrende e porta avanti la propria idea di famiglia e di unità, nonostante tutta la propaganda ed il lavaggio di cervello culturale delle varie MTV, Real Time ed immondizia varia.

La famiglia Tucci viene da un piccolo paese tra Roma e Frosinone ed è la più classica famiglia squattrinata e monoreddito. Con i due genitori vivono anche i due figli, la nonna e uno zio materno. In casa lavora solo il capofamiglia, umile operaio in un caseificio della zona. La moglie è casalinga per vocazione, la figlia più grande fa la cassiera al supermercato, il figlioletto è in età scolare mentre lo zio preferisce dormire sul divano letto, in attesa – a cinquant’anni anni suonati – di un lavoro che non si affanna troppo a cercare. Dimenticavo la nonna, appassionata di telenovelas e soprattutto del buon Gabriel Garko.

Come gran parte dei poveri nelle società dove ha trionfato il capitalismo, si affidano al gioco e alla speranza di una grande vincita, dato che la mobilità sociale per meriti è preclusa in partenza. Sono fortunati e vincono 100 milioni di euro, il che cambierà la vita a tutti. Qui iniziano le avventure della famiglia, costretta a trasferirsi a Milano per sfuggire alle invidie dei compaesani.

Il plot narrativo è a parer mio simpatico, con tante gag capaci di strapparci un sorriso. La grande città, l’unica capitale europea della nostra nazione, fa bella mostra di sé e delle sue manie, dei nuovi ricchi di sinistra che si atteggiano a mecenati e benefattori, vegani e radical chic, ambientalisti e progressisti, ma al contempo sbruffoni e arrivisti come i loro nonni prima di loro. Storcono il naso per i supplì fatti in casa e ricordano altezzosi che “i ricchi non friggono”, ma di umano hanno come sempre ben poco.

Non mitizziamo comunque questa pellicola né come un capolavoro della comicità né come film di denuncia sociale: questa è una buona commediola da gustarsi spensieratamente sotto le feste, in famiglia e con amici.

Alla regia troviamo Fausto Brizzi, quello di Notte prima degli esami, che confeziona un racconto onesto e divertente. De Sica nel ruolo del burino è come sempre perfetto e lo preferisco di gran lunga alle vecchie parti del patetico romano brillante in camicia bianca, sufficiente anche Brignano nel ruolo dello zio cazzone e brava la nonna interpretata da Anna Mazzamauro.

Tanti i cameo e gli spunti divertenti, epica la comparsata del vate d’Eurasia Albano Carrisi in versione JukeBox e anche altre che non voglio spoilerare.

Ribadisco, Poveri ma ricchi strizza l’occhio alla morale ma al contempo non esagera nel dare consigli, riuscendo grazie a questo accorgimento a non rovinare tutto credendosi di essere un capolavoro del neorealismo italiano.

Voto 6 e ½ e alla fine mi piacciono anche i cinepanettoni. Lo ammetto, io sono orgoglioso di essere Italiano.