La versione di Marco

23 febbraio 2017

Recensione: Trainspotting 2

di Marco Rizzini
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Ieri sono stato alla Trainspotting Night, esperienza mistica in cui in un noto cinema milanese sono stati proiettati uno dopo l’altro i due capitoli di questo cult generazionale. Una bomba d’altri tempi, un sogno che diventava finalmente realtà.

Come vi siete sentiti, voi, quando avete sentito i rumors di questo nuovo episodio? Quando avete visto per la prima volta il trailer? Io ero carico come non mai, ma al contempo con la luna nera del speriamo non venga mandato tutto a puttane.

Vi spoilero subito quello che volevate sentirvi: ieri sono tornato a casa soddisfatto. Era impossibile eguagliare un mito, ma era anche molto facile rovinare tutto.

Il mondo è cambiato, un film come il primo Trainspotting non potrebbe esistere, al giorno d’oggi. La sua storia, come quella dell’eroina, è e rimane profondamente analogica. Non si trova traccia dello show off online, del cyberbullismo e delle cyberfrignate, dell’esercito dei miserabili opinionisti tuttologi buonisti del cazzo, dei detentori del Santo Like e nemmeno di quei grandi statisti che decidono l’agenda politica in base al numero dei retweet.

La trama e la storia girano attorno al figliol prodigo Mark Renton, che dopo vent’anni decide di tornare a casa, ad Edimburgo. Il suo scegliere la vita non ha avuto i significati che si auspicava da quella fuga londinese ed è costretto così a ritornare al proprio quartiere natio, riscoprendo la forza delle origini e dei legami forti. In un mondo infedele e globalizzato, spersonalizzato e dove la mancanza di identità è mitizzata e portata ad esempio, l’unica vera rivolta alla modernità è tornare dai propri amici. A casa propria, nel proprio quartiere. Anche se questi, più o meno giustamente, vogliono farti la pelle da un sacco di tempo.

È ovvio che il film non ha la stessa potenza di quello uscito nel 1996. Sarebbe una bestemmia anche il solo pensarlo, cosa che Danny Boyle mai lascia credere. È’ un film di citazioni, un film su di un film. Vivere di ricordi? Lo stesso regista ce lo chiede, nel come il film è montato e proposto, con questa eterna raccolta di flashback. I due episodi, visti uno dopo l’altro, ci regalano una esperienza forte ed un salto nel nostro passato. I personaggi erano e rimangono più che iconici, per quelli della mia generazione che hanno visto e vissuto il primo capitolo un numero imprecisato di volte, in situazioni sempre diverse e con gente sempre diversa. Crescendo. Una VHS ormai usurata, che passava di mano in mano, inquietando ragazzetti che sognavano una vita alternativa e una ribellione alla normalità, almeno a parole.

I personaggi sono gli stessi, sono Mark, Spud, Sick Boy e Begbi. Adesso si fanno chiamare con il nome proprio, hanno 45 anni e non è più tempo per i soprannomi giovanili. Si vive di ricordi, ma anche di delusioni e sofferenze. È la vita, baby. E meno male che ci siamo ancora per raccontarlo, meglio esserne grati agli dei.

T2 è un buon film e una bellissima esperienza. Vedere quegli stessi personaggi vent’anni dopo, è una fortuna che non capita spesso in campo televisivo, con cult di questo calibro. E senza buttare tutto in vacca, ancora più raro. Diffidate dai detrattori che parlano di delusione. È un racconto che va visto e vissuto per quello che è, per curiosità e completezza, ma solo dopo aver rivisto il primo, inarrivabile, episodio.

Forse questa volta non appenderemo in camera la locandina di T2, ma sarà comunque bello ricordarci ancora una volta dei bei tempi andati.

Voto 10 ai ricordi e alla giovinezza. Senza se e senza ma.