La versione di Marco

16 gennaio 2018

Recensione di Tre manifesti a Ebbing, Missouri

di Marco Rizzini
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Ci sono film che ti colpiscono immediatamente. Tre manifesti a Ebbing, Missouri è uno di questi. Lato mio, è stato amore a prima vista per questa pellicola, premiata anche ai Golden Globes con ben quattro statuette, tutte molto meritate. Miglior film drammatico, Migliore attrice protagonista (Frances McDormand), Miglior attore non protagonista (Sam Rockwell) e Miglior sceneggiatura: direi che questo titolo ha già un piede dentro la porta dell’Oscar.

La storia è un racconto di dolore. Una madre che perde una figlia. Bruciata viva, stuprata, uccisa. E nessun colpevole. Cose purtroppo all’ordine del giorno nella realtà, se pensiamo ai fatti di cronaca anche solo italiani degli ultimi anni. Violenza, vendetta, morte e rassegnazione. E rabbia, tantissima rabbia. La rabbia di Mildred, la protagonista, che compie atti pesantissimi in cerca di una speranza. La rabbia dello sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), impotente davanti ad un caso insoluto non per sua colpa.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, altro non è che un film western. È un film sull’America, sulla frontiera, sul farsi giustizia da sé. Giustizia o vendetta? Il confine è labile, non solo nella patria delle armi al supermercato. È un approfondimento sul dolore, sul silenzio. Un film di dialoghi pesantissimi e mai banali, con attori semplicemente in stato di grazia. Un film che non ha bisogno di luoghi per raccontare una storia, essendo ambientato per lo più in una strada statale, in qualche casa e nella via principale di questa piccola cittadina.

I personaggi che raccontano questa storia sono tutti da applausi. Sembra un film dei fratelli Cohen venuto addirittura meglio. Il regista Martin McDonagh (In Bruges, 7 psicopatici) cala l’asso e compone una squadra di attori che sembra nata per queste parti. Non c’è la neve di Fargo, di quando faceva la poliziotta incinta, ma la performance di Frances McDormand si stabilizza agile su quei livelli. Chissà se bisserà l’Oscar, per il momento non vedo altre pretendenti degne di nota.

Un film allucinogeno alla Cohen, fuori dal tempo e dallo spazio, un film di dialoghi azzeccati scritto alla perfezione. Un film dove sono quindi i personaggi e non i luoghi a diventare protagonisti, con characters reali e non creati con lo scalpello del manicheismo. Non ci sono buoni e non ci sono cattivi, se non chi uccide ed ha ucciso. Anche Jason Dixon (Sam Rockwell), il poliziotto che viene tratteggiato come violento e razzista, non trova il suo spazio dalla parte dei cattivi. Gli eventi lo porteranno all’espiazione, al perdono, alla voglia di riscatto. Nessuno è colpevole e nessuno è innocente, in questo western moderno. Una frontiera americana ambientata nella modernità ma dove la Mildred protagonista cammina come John Wayne, parlando poco e sempre con la bandana in testa.

Al momento, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è il cavallo sui puntare per una sana scorpacciata di statuette.

Voto 8 e ½ per questo manifesto di un cinema d’altri tempi.